sabato 27 aprile 2013




IL BUONO,IL BRUTTO E IL CATTIVO ( I 1967)
DI SERGIO LEONE
Con CLINT EASTWOOD,ELI WALLACH,LEE VAN CLEEF,Rada Rassimov.
WESTERN
Il terzo segmento della "trilogia del dollaro" è il primo a darsi una collocazione storica più precisa(la guerra di Secessione),e trova la maniera,come anche nei precedenti accadeva,che la fama di falso cinico di Sergio Leone venga smantellata.In una pellicola che non lesina di certo morti ammazzati,sangue e percosse di ogni genere,l'autore di "Per un pugno di dollari" abbozza il proprio parere sulla follia della guerra,e pone i suoi personaggi di fronte a scelte obbligate,se devono farsi fuori a vicenda,in una chiusa originalissima,un "triello",mai visto prima al cinema.La colonna sonora è una delle più amate di tutti i tempi,con il celebre leit-motiv riproposto in varie maniere,e l'aggiudicamento finale del "poncho" per il personaggio di Clint Eastwood che sprona il cavallo verso nuove avventure,da qualche recensore è stato visto come una sorta di riallacciamento ai due film prima,quasi a suggerire che "Il buono,il brutto..." sia un "prequel",delle peripezie al piombo e polvere del pistolero taciturno Joe,e del "Monco":considerazione suggestiva,ma non penso molto probabile,almeno nelle intenzioni di Leone.Tre ore e passa di cinema scandito dai ritmi leoniani,apparentemente il più superficiale del regista romano,in realtà capace di sequenze straordinarie,come appunto il "triello",e la corsa impazzita del "brutto"-Tuco nel cimitero per cercare l'oro.


Le iene(Reservoir dogs,USA 1992)
DI QUENTIN TARANTINO
Con HARVEY KEITEL,TIM ROTH,Chris Penn,Michael Madsen.
NOIR
Struttura da psicodramma,ambientato perlopiù in un capannone in cui si svolge l'atto ultimo di una rapina divenuta un massacro,"Le iene" fu l'esordio da regista per Quentin Tarantino,e fece più impressione,all'epoca della sua uscita,alla stampa ,che alle platee,tanto da far scrivere a qualcuno "un regista che non è sbagliato accostare al primo Kubrick".Dal tavolo di breakfast cafè in cui la pellicola si apre e si discute dei significati sessuali di "Like a virgin" di Madonna alla fase in cui tutti sono pronti a scannare orrendamente gli altri membri della gang il passo è brevissimo, e i criminali del film sono del tutto privi dell'alone romantico di cui spesso il cinema sa rivestirli.Cast indovinatissimo,di cui è difficile indicare il migliore(Michael Madsen psicopatico torturatore a passo di danza,Harvey Keitel killer forse omosessuale,o Tim Roth che recita mezzo film in una pozza di sangue?),sceneggiatura un pò verbosa ma incalzante,un primo lavoro divenuto di culto.


I FANTASTICI QUATTRO (Fantastic four,USA/D 2005)
DI TIM STORY
Con JESSICA ALBA,IOAN GRUFFUDD,MICHAEL CHIKLIS,CHRIS EVANS.
FANTASTICO
"I fantastici 4" sono la prima creazione del duo Marvel Stan Lee-Jack Kirby,nata agli inizi degli anni Sessanta ,un team di supereroi coinvolte perlopiù in saghe e avventure fantascientifiche svolte in altre dimensioni o nello spazio più lontano.La versione su grande schermo è stata ritardata probabilmente per la difficoltà di realizzare i copiosi effetti speciali necessari per mostrare i poteri del quartetto.Non si cerchi tematiche epiche e l'accuratezza fantascientifica di un fumetto tra i più elaborati e poggiante su un approccio "umanizzante" nella pellicola diretta dal non strabiliante Tim Story: nonostante un'oggettiva ripetitività del soggetto,la fotografia è felicemente illuminata di ogni esaltazione cromatica possibile,e se il gallese Ioan Gruffudd non ha il carisma necessario adatto per impersonare il leader Mr.Fantastic,le schermaglie da amiconi tra la Torcia Umana-Evans e la Cosa-Chiklis sono divertenti.Stroncato nettamente dalla critica d'oltreoceano,è un piacevole passatempo,che in una stringata ora e mezza ha il pregio di non concedersi tempi morti.Il sequel,naturalmente,è di prammatica...
LOVE,ACTUALLY (Love,actually,GB 2003)
DI RICHARD CURTIS
Con HUGH GRANT,EMMA THOMPSON,LIAM NEESON,COLIN FRIELS.
COMMEDIA
In un'epoca in cui le certezze sentimentali vengono sempre meno,single suona meglio di scapolo o nubile,e tale condizione a volte può fare "In",e ci si trincera dietro un comodo "Sto bene così".Ma ne siamo sicuri?Un film che in tutto,premesse ,svolgimento e messaggio vuole incoraggiare all'amore,oggi è da guardarsi con sospetto:mettiamo anche il fatto che questa commedia corale britannica diretta dallo sceneggiatore Richard Curtis sia uno degli omaggi più smaccati al Natale e ai buoni sentimenti vista sugli schermi da anni,di tendenza all'edificante indiscussa,c'è da dire che è molto difficile finire la visione di un film così ben scritto e recitato con senso di insoddisfazione.Si vedono solo al cinema un premier che si tuffa a capofitto con goffaggine in una storia d'amore come un ragazzino,o la dichiarazione d'amore in Portogallo davanti a tutta la gente?Certo,sì,ma come viene scritto spesso negli incarti dei Baci Perugina,se i cuore conosce strade che la mente non conosce,molliamo un pò la logica e lasciamoci andare a indulgenti sorrisi,verso questo cast all-stars(Emma Thompson impagabile,una tacchetta sopra tutti,nel ruolo più drammatico,forse),e non rifiutiamo la morale di chi dice "Andiamo a sputtanarci per amore!".E così sia.




BRAVEHEART-Cuore impavido
(Braveheart,USA/IRE 1995)
DI MEL GIBSON
Con Mel Gibson,Patrick Mc Goohan,Sophie Marceau,Brendan Gleeson.
STORICO/AVVENTURA
Come è capitato anche a Salvatore Giuliano,forse è vero che William Wallace fosse stato nella realtà ben lontano dal tratteggiamento eroico che la "vox populi" gli ha donato,e che sia stato più che altro un combattivo brigante,ma la sua storia è servita a Mel Gibson per raccogliere una messe di cinque Oscar,tra cui quelli per il film e la regia.Curioso,un uomo di cinema nato in America e naturalizzato australiano che gira un impegnativo kolossal(ma dai costi più modesti rispetto a pellicole analoghe girate a Hollywood) su un eroe popolare divenuto simbolo dell'indipendenza scozzese circa la supremazia inglese:"Braveheart" è un lungometraggio solido,epico,capace di fiammeggianti scene di battaglia,rese con crudezza barbarica,ma anche di porre il suo eroe in una prospettiva romantica credibile,oltretutto accennando questioni politiche e storiche con meno superficialità possibile.Si era sempre intuita la fascinazione di Mel Gibson per un masochismo latente nei suoi personaggi,e le sofferenze conosciute dal suo personaggio vanno oltre ogni sopportazione,supplizio finale incluso;ma sia le scene d'amore ,realizzate con passione e partecipazione,che quelle di guerra,così accurate da mandare al pronto soccorso diversi figuranti,fanno amare il suo secondo film da regista,in quasi due ore e mezza di spettacolo assoluto,anarchico fino al midollo,tenace nell'invito a non abbassare la testa di fronte a nessuno.




LA GUERRA DEI MONDI(War of the worlds,USA 2005)
DI STEVEN SPIELBERG
Con TOM CRUISE,Dakota Fanning,Tim Robbins,Justin Chatwin.
FANTASCIENZA
A trent'anni di distanza da "Lo squalo",che giunse nell'estate del '75 a stritolare ogni precedente record d'incasso,Steven Spielberg riprova a inquietare le platee mondiali con un remake del celeberrimo "La guerra dei mondi",puntando a un'ulteriore spettacolarizzazione tecnologica dell'originale,e comunque fornendo una rilettura attualizzata del titolo di riferimento,invertendo il proprio punto di vista canonico sugli alieni e facendone dei distruttori sanguinari.E' pur vero che il cinema americano ha cominciato da poco a fare i conti con i traumi post-11 settembre, e l'atteggiamento comune è quello di un pulsante allarmismo;ma mi sia concesso dire,da antico appassionato del cinema spielberghiano,che ,benchè spettacolare e ben realizzato,questo "War of the worlds",è un lavoro di poco peso nella filmografia del regista.Congegnato come un'apocalisse vista da persone in fuga,coinvolte e terrorizzate,senza soluzioni all'orrore,conferma in alcuni momenti (il "nascondino" nella cantina con le sonde aliene) la maestria registica di Spielberg,cita ovviamente il classico anni '50 di Byron Haskin,ma insiste troppo sulla voglia di rivalsa USA di fronte a minacce esterne(il fuoco inutile sui crollanti tripodi extraterrestri).Personaggi non simpaticissimi,che tuttavia acquistano spessore via via che la trama scorre,e la situazione si fa disperata,su tutta l'operazione aleggia un alone di preconfezione che rende impersonale il film,abbondante nell'inverosimiglianza:tutto un mondo in fiamme,e la bella giacca di pelle di Cruise arriva intatta alla fine della pellicola...



RADIO AMERICA ( A Prairie Home Companion,USA 2006)
DI ROBERT ALTMAN
Con MERYL STREEP,KEVIN KLINE,Lindsay Lohan,Garrison Keilor.
COMMEDIA
Dall' ottantunenne Robert Altman fu piacevole ricevere un lavoro che ne testimonia la verve sempre arguta di illustratore della società americana:come in uno dei suoi film più celebri,e celebrati,il "Nashville" che a metà anni Settanta scatenò ampio interesse e dibattiti culturali, l'autore di "Mash" ambienta un ritratto di certi aspetti della mentalità statunitense su uno sfondo musicale. E' di scena una stazione radio al suo ultimo giorno di vita,prima di essere smantellata da nuovi acquirenti: pur dispensando una buona dose di malinconia,Altman dà un tono da commedia umana cui non manquano sequenze esilaranti, come quasi tutte quelle riguardanti il detective scemo Kevin Kline.L'edizione italiana,traducendo in sottotitoli i testi delle canzoni,la linearità tradizionalistica e sempliciotta dello stile country,musica da e per gente non complicata,tendente al conservatore;meno polemico di altre volte,Altman si conferma gran conduttore di attori,sapendo scegliere i ruoli da abbinare a volti e stili recitativi.Ancora una volta,complimenti,grande,vecchio Bob.




A CASA NOSTRA(I 2006)
DI FRANCESCA COMENCINI
ConVALERIA GOLINO,LUCA ZINGARETTI,Giuseppe Battiston,Laura Chiatti.
DRAMMATICO
"Ma come vi permettete?E' anche casa nostra!",strilla in faccia all'intrallazzatore in denaro Luca Zingaretti l'ufficiale della Finanza Valeria Golino,che la donna tallona da tempo:il nuovo film di Francesca Comencini è una di quelle pellicole che probabilmente rivelerà tutto il suo peso e la sua importanza tra qualche anno,dato che fornisce uno spaccato dell'Italia attuale dolorosamente vero.In una Milano non più da bere,davanti ai nostri occhi di spettatori si dipanano le vite di un benzinaio avente un passato in carcere che si innamora di una ragazza russa che fa la vita,della suddetta finanziera che alterna a una professionalità rigorosa una inquieta fragilità sentimentale,dello squalo arrivista che ha una pericolosa relazione extraconiugale con una modella dedita alla cocaina,e di questa,che ha una storia con un ragazzo di bell'aspetto,sposato e improvvisamente ritrovatosi in un giro rischioso.A un certo punto il film sembra raccontare cose poco attinenti l'una all'altra,ma la sceneggiatura ricompone il tutto prima della conclusione,mettendo in risalto i punti in comune tra tutti i personaggi,facce diverse ma collegate di un'Ialia per niente bella,a bassa tenitura morale,impelagata tra troppe ambizioni e nessuna etica.Gli attori ,molto in parte,servono il disegno della regia calzando a dovere i ruoli assegnati,e si esce dal cinema con la consapevolezza,e la non segreta speranza,che un paese così ha solo bisogno di migliorare, a partire dalla testa e dai comportamenti dei suoi abitanti.


ANPLAGGHED-AL CINEMA
(I,2006)
DI VALERIO BARILETTI E RINALDO GASPARI
Con ALDO,GIOVANNI E GIACOMO,Silvana Fallisi.
COMICO
Il successo eclatante arriso alla tournèe teatrale "Anplagghed" ha convinto il trio comico più celebre di questi anni a trarne una versione da riproporre nelle sale cinematografiche,per vedere se l'operazione potesse rivelarsi fruttuosa,e contemporaneamente,arrivare dove lo spettacolo ,per motivi soprattutto pratici,non è potuto arrivare.Può darsi che,come ha asserito Claudio Bisio,l'esperimento ,se "sfonda",potrebbe risultare un felice viatico di far apprezzare i teatranti presso un pubblico ancor più vasto:però,se il cinema si proietta su uno schermo e il teatro si recita sul palco,una qualche ragione ci deve pur essere.Assistendo ad "Anplagghed-Al cinema",si ride,e diverse volte,negarlo sarebbe una bugia:ma l'emozione diretta della scena aperta innanzi allo spettatore è diversa,così come un film è diverso da questo tentativo,commercialmente riuscito(parlano i buoni incassi delle prime due settimane di programmazione,anche se i numeri degli altri titoli "aldogiovanniegiacomiani" sono ben più altisonanti),di miscelare il recital al fare cinema.La formula collaudata dei tre uomini più una funzionale compagna di scena si ripresenta ,cambiando l'elemento femminile,praticamente immutata,gli spunti si somigliano,pure se la verve dei commedianti è briosa:da cinefilo ,pur se abbastanza divertito,lasciatemi essere perplesso.

giovedì 25 aprile 2013

A BETTER TOMORROW ( Yinghung bunsik, HK 1986)
DI JOHN WOO
Con CHOW YUN-FAT, LESLIE CHEUNG, Ti Lung, Lee Tse Ho.
NOIR
Titolo di culto per molti recensori sotto i cinquant'anni, "A better tomorrow" fece conoscere il nome di John Woo alla stampa internazionale e avviò una serie articolata in tre capitoli.Noir in salsa orientale, ovviamente , con numerosi scontri al calor bianco, il film diretto da Woo è piuttosto penalizzato da un'edizione italiana assai mediocre, che ne smorza un pò la piacevolezza della trama e del ritmo narrativo conferitogli dal regista di "Face/off".Punte di violenza non manano, ma non si scade mai nel truculento, sparatorie veloci e repentine , confronti risolti con il piombo, "A better tomorrow" tradisce però una certa databilità per l'allestimento ( soprattutto le musiche), inchiodando il film come figlio imprenscindibile degli anni Ottanta. Venti e passa stagioni fa poteva sembrare un gioiello di modernità, però se messo a confronto, "Vivere e morire a Los Angeles" più o meno della stessa stagione, è una sorta di manuale dell'action movie le cui pagine non sanno ingiallire....
CHANGELING ( Changeling, USA 2008)
DI CLINT EASTWOOD
Con ANGELINA JOLIE, John Malkovich, Michael Kelly, Jeffrey Donovan.
DRAMMATICO

Strano atteggiamento dei recensori quello verso "Changeling", penultima regia di Clint Eastwood ( sì, perchè ai primi dell'anno uscirà anche "Gran Torino", dramma urbano che lo vede anche come protagonista): c'è chi lo ha amato ed esaltato senza riserve, chi lo ha apprezzato molto ma ha sottolineato che i titoli appena precedenti della filmografia eastwoodiana erano opere più memorabili, chi ne parla bene però precisa che "il vecchio Clint ci ha abituato troppo male con i suoi capolavori". Sostanzialmente, come si può evincere, è un film piaciuto molto, personalmente ho trovato qualche caratterizzazione d'interprete un pò troppo sopra le righe ( il poliziotto corrotto e senza pietà, ad esempio), e qualche lieve incertezza nell'avvio: per il resto siamo dalle parti del cinema di alto livello. Il dramma umano, morale e psicologico della giovane donna, ragazza madre nell'America del 1928 che si vede sparire il figlio e "rendere" un altro che palesemente non è il suo bambino per laidi intrallazzi politici di propaganda, e ribellandosi ad un'imposizione da parte del Potere così scorretta e abusatrice subire arresto, internamento in manicomio, e delizie del genere solleva interrogativi morali pesanti, e un'onesta indignazione a livello di coscienza non comuni da trovare oggi su uno schermo: in parallelo, Eastwood usa un binario narrativo sempre più attiguo a quello portante di cui prima, di un novello Orco, assassino di fanciulli, che si rivelerà decisivo per lo scioglimento del racconto. Oramai è riconosciuto lo status d'autore di un cineasta che in ogni film che gira immette almeno una scena di grande cinema. Eastwood ha il passo dei grandi classici che sicuramente ama, con una lettura analitica moderna, da intellettuale critico ma non cinico, con film di spessore e girati con gran gusto registico. Angelina Jolie, nella sua interpretazione più bella, offre la sua grazia diafana in un ruolo che offre il fianco ad un'interpretazione sopra le righe, e invece condotta con partecipazione e buona fibra d'attrice. Uno dei più bei lungometraggi della stagione, avvincente e riflessivo.
PERCHE' UN ASSASSINIO ( The Parallax view, USA 1974)
DI ALAN J.PAKULA
Con WARREN BEATTY, Hume Cronyn, William Daniels, Paula Prentiss.
THRILLER

Gli spari che uccisero Robert Kennedy non smisero mai di rimbombare nell'immaginario collettivo degli americani, che pochi anni prima avevano perso sotto colpi di misteriosa provenienza il fratello già presidente John: quindi, non si tratta di semplice paranoia da attentato il fatto che molti dei thriller a sfondo politico ( o fantapolitico, se si preferisce) raccontino di cospirazioni complesse e inesorabili. Ricordiamoci pure che da poco era esplosa la bomba-Watergate, con il presidente Nixon dimissionario sotto una cappa di vergogna, ed ecco che un cineasta molto bravo a costruire gialli a tesi, e sempre ricchi di sfaccettature ( qualcuno gli è venuto meno bene negli anni a venire, ma resta un buon regista) come Alan J.Pakula, con una star impegnata quale Warren Beatty, immagina una tessitura di interessi e morte, di corruzione e false piste ufficiali. In "Perchè un assassinio", da anni scomparso dai palinsesti televisivi, c'è qualche scelta di sceneggiatura fin troppo ellittica e qualche faciloneria nella gimcana a rischio di vita che il protagonista innesca indagando da giornalista sul colosso Parallax: sulla serietà dell'operazione e pure per riflettere su quanto siamo rincoglioniti oggi a differenza di quegli anni sulle aspettative circa la Verità e chi ci governa, basta analizzare il finale cui porta l'elaborata trama del film. Una multinazionale che toglie di mezzo con incidenti o attentati di cui si incolpa quelli che vogliono vederci chiaro, che può così tracciare le linee guida per la società, con una commissione di vuoto potere a sancire che nella sostanza, non è successo nulla.
ROVINE ( The ruins, AUS/USA 2008)
DI CARTER SMITH
Con JONATHAN TUCKER, JENA MALONE, Shawn Ashmore, Laura Ramsey.
HORROR

Guai, se siete americani in vacanza e soprattutto all'estero, a prestare orecchio a consigli che fanno cambiare il carnet dei programmi: gli horror di questi anni, superato il clichè della macchina che si ferma in campagna e successivamente dell'incappare dei malcapitati in gaie famigliole la cui missione nella vita è mandar sadicamente sotto terra il prossimo, dicono che se siete giovani, di bella presenza e statunitensi là fuori molti non stanno nella pelle per farvi la vostra. Ce lo hanno detto "Hostel" e molti altri, e visto che il cinema di genere racconta bene la nervatura delle società e delle epoche, in USA ci deve essere una forte diffidenza circa i viaggi all'estero: qui un gruppetto di amici in ferie in Messico decide, spinti dal suggerimento di un altro studente tedesco, di far visita ad un tempio azteco che non è presente sulle carte geografiche. E come direbbero a Roma, ecchela llà: sull'antica costruzione è proliferato un rampicante che ha il vizietto di divorare gli umani, golosissimo del loro sangue, e intorno è segretamente accampata una microcomunità che parla una lingua atavica e uccide chiunque si azzardi a scendere dal tempio, a causa del facile diffondersi della malefica pianta. Il film non presenta niente di nuovo, è il solito schema che prevede l'annientamento di tutti o quasi i personaggi che compaiono, e a livello di gore non lascia granchè all'immaginazione: semmai, è insolita la cura della confezione, con una fotografia anche troppo bella, sprecata, come quella del notevole Darius Kondji. Come è ovvio, alla fine tutto pare ricominciare: si è visto di peggio, ma quanta poca originalità...
DELITTO PER DELITTO-L'altro uomo ( Strangers on a train, USA 1951)
DI ALFRED HITCHCOCK
Con FARLEY GRANGER, ROBERT WALKER, , Leo G.Carroll.
THRILLER
Due uomini giovani in un vagone di treno che iniziano a discorrere del più e del meno, fino a confidarsi un reciproco disagio a proposito di congiunti, e uno dei due propone un patto scellerato: uccidere l'uno il parente scomodo dell'altro, un delitto perfetto da far rompere la testa al più scaltro degli investigatori. L'incipit è geniale, da un romanzo di Patricia Highsmith, e apre uno dei thriller più belli e meglio costruiti di Hitch: e si nota che le simpatie del regista, vanno più al maramaldo Robert Walker che al bello e poco significante Farley Granger, non fosse che per la logica della morale che non premia il cattivo (siamo pur sempre nel 1951!). Dopo il folgorante avvio, da mandare a memoria di cinefilo l'avvincente partita di tennis-corsa contro il tempo e il finale con la giostra impazzita dove va in scena lo showdown definitivo tra i due protagonisti. Esempio di cinema formalmente ineccepibile, e di una sapidità di scrittura molto più avanti dell'epoca in cui fu realizzato, "Delitto per delitto" è purtroppo oggi scarsamente programmato nei palinsesti delle tv, ennesima conferma di un'indecente condizione della programmazione odierna.
PADRE PADRONE ( I, 1977)
DI PAOLO E VITTORIO TAVIANI
Con SAVERIO MARCONI, OMERO ANTONUTTI, Marcella Michelangeli, Nanni Moretti.
DRAMMATICO
Un libro molto venduto e importante fu "Padre padrone", di Gavino Ledda, che raccontò la dura vita fatta dall'infanzia all'età adulta nella Sardegna profonda, sotto le regole patriarcali aspre e diffuse nella comunità pastorizia di cui fa parte il padre Efisio. L'adattamento per il grande schermo prodotto dalla Rai, girato dai fratelli Taviani, conquistò il favore delle platee e sollevò discussioni e dibattiti: in una chiave che risente molto dell'influenza neorealistica, spiccano le prove sia di un Omero Antonutti straordinario nell'esprimere le durezze fondamentalmente paurose del padre, e di Saverio Marconi che interpreta la fase ribelle di Gavino. Se proprio devo trovare qualcosa che non va, è il montaggio che sceglie una via rarefatta per raccontare, e una scansione dei tempi del racconto molto particolare. Però il film, che si chiude e si apre con il vero Ledda a introdurre i personaggi e a tirare le somme, dice una verità importantissima: che la Parola, l'uso della cultura libera la mente e l'Uomo dal giogo dell'ignoranza più retriva che autorizza i rituali più immondi e liberticidi.
SENZA FAMIGLIA NULLATENENTI CERCANO AFFETTO ( I, 1972)
DI VITTORIO GASSMAN
Con VITTORIO GASSMAN, PAOLO VILLAGGIO, Agostina Belli, Rossana Di Lorenzo.
GROTTESCOVittorio Gassman, come gli altri grandi della commedia italiana, Mastroianni a parte, volle cimentarsi anche con la regia: a mio parere, del gruppo storico che ha contribuito tantissimo ad anni belli del nostro cinema, quello più bravo come regista fu Nino Manfredi, visto che Sordi spesso da director sbrodolò nelle proprie convinzioni ideologiche, Tognazzi scelse strade impervie e l'interprete de"Il sorpasso" lavorò a progetti personalissimi, quale "Kean" . Questo film, che lo vede assieme a Paolo Villaggio dopo "Che c'entriamo noi con la rivoluzione?" è un apologo grottesco che deplora una società isolante "creature strane" come i due protagonisti, un ex-circense e un mezzo disperato alla ricerca della madre praticamente mai conosciuta: il film però spesso inciampa in un patetismo ridondante, la recitazione è troppo sovraccarica, lo squallore impera, ma non dovrebbe esser stato questo l'obbiettivo. Finale amarognolo, con un cagnolino che dà finalmente un pò d'affetto, ma arriva tardi.

mercoledì 24 aprile 2013

UN MERCOLEDI' DA LEONI ( Big Wednesday, USA 1978)
DI JOHN MILIUS
Con JAN-MICHAEL VINCENT, WILLIAM KATT, CARY BUSEY, Patti D'Arbanville.
DRAMMATICO


"Non verranno."Ma al pessimismo e alla rassegnazione si contrappongono le figure di William Katt e Cary Busey,vecchi compagni di scorribande di Jan-Michael Vincent, a sfidare una volta ancora l'oceano e le sue onde colossali su una tavola da surf:è la grande mareggiata attesa come l'apparizione della Balena Bianca, il passaggio simbolico dalla giovinezza all'età adulta.Attraverso quattro mareggiate si svolge questa storia di sognatori americani, fatta di speranze, scazzottate e momenti di sincero affiatamento, davanti a un magma freddo qual'è il mare nella sua espressione più potente. John Milius realizza qui il suo capolavoro facendo respirare veramente la brezza della gioventù che finisce e non può più tornare, e vedendo i tre amici che dopo aver cavalcato la più grande delle onde ritornano alla spiaggia forse per non vedersi davvero mai più, è comprensibile un pò di commozione. Pur se virile.
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO ( I, 1971)
DI DINO RISI
Con UGO TOGNAZZI, VITTORIO GASSMAN, Yvonne Furneaux, Ely Galleani.
COMMEDIA

Non è vero, come qualcuno malignamente ha scritto, che "In nome del popolo italiano" è l'ultimo film "serio" di Dino Risi: anche negli anni Settanta, l'autore di "I mostri" ha fornito buone prove del suo cinema. Ha, però, virato su altre tematiche, e la sua nota ed evidente vena sarcastica si è occupata meno del quadro sociale generale italico, e in questo senso, questa commedia al vetriolo con l'abbinamento Tognazzi magistrato laconico e indignato-Vittorio Gassman industriale cinico e inquinatore ( interpreti straordinari entrambi, qui antitetici, visto che Tognazzi lavora sulle mezze tinte e Gassman qui vive di eccessi) è uno di quegli esempi di come il cinema, se fatto con estro e capacità, può dire tanto, non solo sull'epoca in cui è stato realizzato, ma può addirittura dimostrare che certe cose ( purtroppo) non hanno compiuto alcun progresso. Velenoso, e in svariati momenti abilissimo nel riscuotere un riso con retrogusto salato, "In nome del popolo italiano" è un film dichiaratamente polemico, arrabbiato e senza sconti per certo modo di pensare e agire "all'italiana": il finale con Tognazzi-Bonifazi che pone idealmente la faccia dell'odiato Gassman-Santenocito sulla feccia mescolata alla folla festante per la vittoria dell'Italia sull'Inghilterra è da antologia, il pensionato stronzo che bercia "Viva BBoninsegna!Viva Scireaaaaa!Viva il Duce!Viva l'Italia" è la rappresentazione esatta di una maniera vile e delirante di pensare.
GOLDENEYE ( Goldeneye, GB/USA 1995)
DI MARTIN CAMPBELL
Con PIERCE BROSNAN, Sean Bean, Isabel Szorupco, Famke Janssen.
SPIONAGGIO/AZIONE

Anche "Ciak" sembrava , ai tempi , avere dubbi sulle potenzialità commerciali del marchio 007 a metà degli anni Novanta, sei anni dopo la sospensione causa fiasco delle due ultime avventure del personaggio a gestione Dalton. I numeri dettero torto agli scettici, "Goldeneye" ( è il nome del satellite che darebbe enormi poteri a chi lo controlla nel film) incassò assai bene, e lanciò Pierce Brosnan, che per motivi contrattuali perse l'occasione, dieci anni prima, di subentrare a Roger Moore, tra le nuove star. Girato da Martin Campbell, che probabilmente deve esaltarsi sapendo che dirige un film di James Bond, visto che altrimenti non realizza granchè ( primo "Zorro" escluso...), il film ha una buona struttura, salvo concedersi troppe esplosioni e salti a scampar le quali nella seconda parte, l'irlandese Pierce si impadronisce con savoir faire virile del ruolo di 007, tra le belle Szorupco e la Janssen ( nonostante la tendenza al sadico della seconda, che va in estasi quando può mandare al creatore qualcuno) il protagonista si dibatte e sbatte, e il cattivo Sean Bean è di non poco conto. I tre capitoli successivi che vedranno Brosnan avventurarsi a caccia di malvagi internazionali per il bene dell'Inghilterra( ma non siamo modesti, via,del mondo intero, che Bond sarebbe sennò?) non avranno lo stesso mordente, ma porteranno nelle sale molti spettatori.
UNA QUESTIONE D'ONORE ( I, 1966)
DI LUIGI ZAMPA
Con UGO TOGNAZZI, Nicoletta Rangoni, Bernard Blier, Franco Fabrizi.
COMMEDIA
E' risaputo, i grandi della commedia italiana giocavano un pò a farsi i dispetti, passarsi i ruoli, oppure ispirarsi a una buona riuscita di un collega per provare a interpretare un film dello stesso registro: dopo il successo di "Mafioso" con Alberto Sordi, ecco la versione sarda , con la pretesa di voler fare un lavoro antropologico come il film citato, ma con una regia, di Luigi Zampa, altrove più ispirato, che non elabora come necessario il tema scelto, e , verso il finale, quando la storia prende una china molto poco allegra, non sa scegliere se tuffarsi nel sarcasmo alla Risi, oppure premere il pedale dell'indignazione. Così com'è risultato, "Una questione d'onore" è un film che offre una buona interpretazione di Ugo Tognazzi, che supplisce ad eccessive semplificazioni del proprio personaggio, un marito che non vorrebbe assoggettarsi a certi rituali della propria terra, ma che ne rimane stritolato, però lo spessore che riesce ad avere non è sufficiente per includerlo nella categoria delle grandi commedie di costume, sfornate numerose in quegli anni.
NIGHTMARE 4- Il non risveglio (A nightmare on Elm Street 4: The Dream master,USA 1988)
DI RENNY HARLIN
Con ROBERT ENGLUND, Rodney Eastman, Danny Hassel.
HORROR

Fu ,prima del numero 6, il maggior risultato commerciale della serie inventata da Wes Craven, con il perverso Freddie Krueger, dalle mani artigliatrici di giovani di provincia americana.Diretto dal finlandese Renny Harlin, in seguito più a suo agio con il cinema d'azione che con il fantastico,"Nightmare 4" spinge per una sorta di parodia autogestita delle avventure di Krueger e delle sue vittime, giocando però su uno schema ben presto ripetitivo e più spesso autocelebrativo che efficace.Non fa assolutamente paura, è quasi sempre rutilante e rumoroso, Harlin si dimostra il regista che meno ha capito l'essenza del mostro dal maglione a strisce e dal volto bruciato:Jack Sholder, che ha girato il peggiore dei capitoli, il secondo, perlomeno aveva tentato di dare un'interpretazione di Freddy impiantandolo nella repressa personalità del ragazzo protagonista.Qui è tutto uno scarrozzare delle possibilità sbeffeggiatrici dell'oscena creatura, fino a fargli mangiare una pizza con teste di ragazzi al posto delle olive...



MARIE-ANTOINETTE (Marie-Antoinette,USA 2006)
DI SOFIA COPPOLA
Con KIRSTEN DUNST,Jason Schwartzman,Rip Torn,Judy Davis.
DRAMMATICO/STORICO
Quando uscì "Il giardino delle vergini suicide",baciato da un certo insuccesso di pubblico,mi parve l'inaspettata esplosione di un talento nuovo,capace di donare una sensibilità acutamente femminile a ciò che faceva,riuscendo a rendere la meraviglia di una psiche adolescenziale,con tutte le contraddizioni del caso,le purezze e i problemi nel relazionarsi con il mondo fuori:Sofia Coppola,bocciata senza rimandi come attrice nel terzo "Padrino"(ma anche quella prova non era del tutto indecorosa),aveva saputo meritare rispetto come autrice di cinema,basandosi,evviva,anche su sceneggiature sapide e costruzione di situazioni e personaggi ben elaborata."Marie-Antoinette" ,annunciatissimo,progetto molto particolare,è uno sfarfallare di colori,fastosità e ricchezza di allestimento,ma se ogni autore vero ha diritto a un film sbagliato,questo è tale nella carriera ancora breve della Coppola.I primi venti minuti inquadrano bene l'assurda rigidità dei rituali di corte,il disagio della regina giovanetta studiato da vicino dalla macchina da presa: poi,ancor più ingiustificabile se si pensa che la stessa regista è anche sceneggiatrice unica,il film procede a balzelli,perdendosi in un'estetizzazione a lungo andare nociva per la stessa pellicola,attardandosi per minuti interminabili su fiori e l'aprir d'ali di una coccinella,tralasciando di approfondire avvenimenti-chiave per il personaggio principale( la morte del secondogenito,il trapasso del re di Francia per vaiolo,la passione per un generale-amante).Kirsten Dunst,che gode di una simpatia spontanea da parte dell'occhio della cinepresa,esprime la bambinesca fragilità di Maria Antonietta finchè il copione non la costringe a bruschi cambiamenti senza troppe giustificazioni;infine,l'ora e cinquanta di proiezione appare piuttosto tediosa,senza alcun ritmo o spinta impressa a una prolissità della narrazione che difficilmente collocherà questo film tra quelli che viene voglia di rivedere due o tre volte almeno.

martedì 23 aprile 2013

 
DEAD MAN DOWN-Il sapore della vendetta
(Dead man down,USA 2013)
DI NIELS ARDEN OPLEV
Con COLIN FARRELL,NOOMI RAPACE,Terrence Howard,Dominic Cooper.
THRILLER/AZIONE
Anime ferite in una grande città,l'ungherese Victor e l'americana Beatrice,di madre francese,si vedono dalla finestra e si incontrano:entrambi hanno un conto sospeso con il proprio passato e con qualcosa che ha fatto sterzare e andare male la loro vita.Lui ha avuto moglie e figlia uccise in un regolamento di conti tra mafiosi,lei è rimasta sfigurata in un incidente stradale causato da un incosciente e beone che,per niente pentito,continua a ubriacarsi e guidare.L'accordo che la donna propone,sotto forma di ricatto,è che non denuncerà lo straniero anche se lo ha visto strangolare un altro uomo,se egli ucciderà colui che le ha rovinato il viso e l'equilibrio psichico.Il primo film in terra d'America del regista di "Uomini che odiano le donne" versione svedese è un thriller con due vendette incrociate,con false identità,inganni e passi falsi commessi per aver ceduto ai sentimenti,che sulla carta poteva funzionare bene.Piuttosto intrecciato nel dipanarsi della trama,"Dead man down" flirta troppo,però,con l'improbabile,come nel primo incontro tra i due protagonisti,con un ricatto sparato a rischio e pericolo alto (cioè,una persona incontra un'altra che sa essere colpevole di un delitto a mani nude,e la mette alle strette,da sola,senza testimoni?Ma si sta scherzando?),e altri capitomboli narrativi disseminati lungo il racconto,che se giocato in altra maniera poteva anche rivelarsi interessante e con una giusta calibratura di suspence.Invece,tutto volge ad uno showdown finale spettacolare e ancor più inverosimile (guardare per credere,neanche nei momenti più assurdi di serie d'azione come "Arma letale" o "Die Hard"...),e poi neanche il buon gusto di una conclusione amara,anzi:si approda a un lieto fine forzatissimo e che porta a scrollare il capo anche lo spettatore più generoso,a livello di credulità.Se Farrell comunque si impegna,anche se sembra che fatichi a trovare copioni indovinati,e la Rapace era tuttavia più convincente nell'interpretare Lisbeth Salander,il mistero più denso del film è cosa c'entri un'attrice della statura di Isabelle Huppert in una partecipazione ininfluente,fuori luogo e fuori registro?

lunedì 22 aprile 2013

CHE BELLA GIORNATA (I,2011)
DI GENNARO NUNZIANTE
Con CHECCO ZALONE,Nabiha Akkari,Rocco Papaleo,Annarita Del Piano.
COMMEDIA

A seguire il rotondo successo della pellicola d'esordio del comico venuto da "Zelig" Checco Zalone,vero nome Luca Medici, preciso appena prima della fine delle feste comandate,il bis :"Che bella giornata",che tocca cifre d'incasso che hanno dell'incredibile,18 milioni di euro in un fine settimana,quasi un record assoluto da noi. Tra questo e il grande risultato di un'altra commedia italiana come "Benvenuti al Sud",in molti esultano per una "rinascita italiana":dato prezioso,ed è vero,ma è anche vero che questa è una stagione cinematografica tra le meno toniche che ci sia stato dato di vivere. Lungo lo spazio di un sospiro, il filmettino con Checco Zalone,che prende di mira pregiudizi e differenze anche religiose,ottiene il risultato-risata spesso,ma con meno vigore del lavoro precedente. E non di rado affiora una certa frettolosità nella sceneggiatura,che mette insieme una storiella escogitata per tenere insieme il talento gaffeur del comico,e qualche figura brillante di contorno (su tutti,il personaggio del padre,uno stralunato Rocco Papaleo):file al botteghino,il pubblico si dà di gomito ad assistere alle marachelle puntualmente salutate da risate in sala,però l'impressione finale è relativamente convinta. Zalone dovrebbe provare a variare,mossa sempre rischiosa per un comico di successo che si affaccia al grande schermo e riscontra buon seguito:si sa,non è semplice,ma quanto può durare la corrente positiva? Pieraccioni mostra la corda ormai da tempo,anche se tutto sommato ha ancora gente che va a vederlo,in pochi riescono davvero a distanziarsi da se stessi.Ma almeno provarci,sarebbe meglio...
IL DISCORSO DEL RE ( The king's speech,GB/AUS 2010)
DI TOM HOOPER
Con COLIN FIRTH,Geoffrey Rush,Helena Bonham-Carter,Guy Pearce.
DRAMMATICO
La Storia difficilmente lascia campo alle previsioni:spesso le figure più importanti sembrano capitate quasi per caso al posto giusto nel momento giusto. Giorgio VI d'Inghilterra fu un re salito al trono quasi giocoforza,dopo che il fratello aveva abdicato per amore,e ricevette l'investitura ad un passo dalla II Guerra Mondiale.Però lo affliggeva un problema,la balbuzie,che naturalmente ad una figura che dovrebbe risultare così carismatica figura ancor più che ad altri come uno sfregio:si fece ricorso allora ad un logopedista che in realtà era un attore australiano trasferitosi in Gran Bretagna,fallito come interprete teatrale,ma di aiuto a molti soldati che erano rientrati dalla Grande Guerra con problemi di comunicazione dovuti ai traumi patiti in battaglia.Dalla singolare,ma vera vicenda,hanno tratto un romanzo e quindi un film che si appresta ad essere uno dei protagonisti della prossima notte degli Oscar,essendosi guadagnato ben dodici nominations,tra cui quelle per i premi principali.Diretto da un regista inglese che sembra avviato ad una promettente carriera,Tom Hooper,fotografato con colori densamente plumbei,con inquadrature sovente pittoriche,"Il discorso del re" è un classico film d'attori,che infatti forniscono prove molto convincenti,sia il trepidante e allo stesso tempo fiero Colin Firth,che il sornione Geoffrey Rush. Il racconto di un uomo chiamato a rappresentare il proprio Paese superando le proprie insicurezze e rispondendo ad un appello che,oltre la retorica,tenga unito nell'interesse del bene comune un popolo,anche se ben reso, non di rado tocca il didascalico nell'esposizione del momento storico:il che non vuol dire che questo sia un brutto film,ma neanche il lungometraggio dell'anno,e dodici candidature sembrano anche troppa grazia,tutto sommato. In una stagione in cui,in effetti,non paiono esser comparse grandi pellicole,un'opera ben fatta,ma un pò fredda,che adotta una linea molto "misunderstatement",che tocca l'apice nella pur bella sequenza del prefinale,quando il fatidico discorso via radio alla nazione è accompagnato dall' "Allegretto" beethoveniano.Probabilmente,a Firth sarà consegnata la statuetta come miglior protagonista,che già era stata sfiorata dal bravo attore l'anno scorso con "A single man",difficile dire quante delle altre candidature si tramuteranno in premi:a dirla tutta,se venisse laureato come miglior film dell'anno dall'Academy,non sarebbe uno dei lungometraggi-Oscar più memorabili.