giovedì 30 maggio 2013

 
RISCHIOSE ABITUDINI (The grifters,USA 1991)
DI STEPHEN FREARS
Con ANJELICA HUSTON,JOHN CUSACK,Annette Bening,Pat Hingle.
NOIR
In gergo i "grifters" sono "bidonatori",truffatori incalliti di basso rango:il trio composto da Anjelica Huston,John Cusack e Annette Bening si muove tra inghippi,tradimenti e rischi non da poco,perchè nell'ambiente della mala,se hai il vizio di sgarrare prima o poi paghi caro le furbate.Prodotto da Martin Scorsese e diretto da uno Stephen Frears in vena di fare il verso ai grandi classici del nero criminale,"Rischiose abitudini" è un piccolo film di culto che non ebbe praticamente alcun successo,seppure le due attrici furono entrambe candidate all'Oscar:cupo nello svolgimento del racconto nonostante i colori vivaci della fotografia,carico di scene cruente anche se le mostra con nonchalance,il film è ben congegnato,tratto dalle pagine di uno scrittore noir doc come Jim Thompson,e diretto con perizia da un inglese che si cimenta con un genere tagliato all'americana.Fatto di rapporti morbosi e viziati da un cedimento alla spirale di un ulteriore peggioramento della situazione,il cuore del film è la gelosia del personaggio della truffatrice più matura,una Huston in uno dei suoi ruoli migliori,che la lega al figlio,forse non tale,come viene detto verso la fine:le grandi passioni perdono i personaggi del crime movie,così è sempre stato,e anche questo film non perde l'occasione per riproporre certe tematiche.Conclusione violenta e brusca,a far da adeguato controcanto ad un lungometraggio peraltro assai stilizzato.
LA MOGLIE DEL PRETE (I,1971)
DI DINO RISI
Con SOPHIA LOREN,MARCELLO MASTROIANNI,Venantino Venantini,Bepi Maffioli.
COMMEDIA/SENTIMENTALE
Grande successo di cassetta della stagione 70/71,terzo incasso assoluto dell'anno,"La moglie del prete" vide,ancora una volta insieme,la coppia regina del cinema italiano,Marcello Mastroianni e Sophia Loren.Il sodalizio tra i due,belli e bravi,è tra le icone del cinema nostrano di sempre:anche quando i film non erano proprio imperdibili."La moglie del prete",come quasi tutto il Risi degli anni Settanta (fanno eccezione "In nome del popolo italiano",che considero l'ultimo grande lavoro del regista milanese,e non del tutto,ma fino a un certo punto "Profumo di donna") non ripete gli exploits di un autore altrove molto puntuto,perspicace,abile a fendere con la sciabola del sarcasmo vizi e magagne d'Italia.Il tema della castità talare,il clero che fa pressione per non creare scandali,sono argomenti che questa commedia tocca ma non affronta in profondità,ed è un peccato,perchè a sprazzi la sceneggiatura sembra voler fare sul serio,ma quando la musica induce troppo ad un sentimentalismo ammiccante,si ha già modo di capire come andrà a finire,con una conclusione che stempera l'ironia grave dello sviluppo del racconto con un tuffo nel malinconico a tutto cuore,che all'epoca tirava un bel pò al botteghino.La scena più riuscita è quella in cui Mastroianni,prete sull'orlo dell'abbandono della tonaca per amore,va a trovare lo spretato Bepi Maffioli,in cui emerge un'amarezza di un certo spessore,e l'attore veneto,che caratterizzava bene personaggi sgradevoli o sinceri e diretti fino all'insolenza,è uno dei migliori sulla scena:bravo Mastroianni a non perdere mai l'ambiguità del suo personaggio fino alla fine,ma ancor di più la Loren a tratteggiare con appassionata e sensuale densità una donna del tempo,ancora troppo innamorata dell'amore per saper anticipare gli sgambetti e le trappole della vita.

mercoledì 29 maggio 2013

IL GRANDE GATSBY (The great Gatsby,USA 2013)
DI BAZ LUHRMANN
Con LEONARDO DI CAPRIO,Tobey Maguire,Carey Mulligan,Joel Edgerton.
DRAMMATICO
Da uno dei capi d'opera riconosciuti della letteratura americana del Ventesimo Secolo e di sempre,le versioni cinematografiche che ne sono state tratte hanno avuto buon successo commerciale (ma quella del 1974 con Redford protagonista non compensò gli alti costi della pellicola),ma hanno puntualmente incontrato scarso favore da parte di critica e storici del cinema.Ci riprova oggi,con una produzione sontuosa,ed un cast capeggiato da uno dei divi assoluti di questi ultimi vent'anni,Leonardo Di Caprio,l'australiano Baz Luhrman,reduce da un fiasco notevole come "Australia":la rilettura in pompa magna del classicissimo di F.Scott Fitzgerald viene trasposto con strizzate d'occhio all'anima letteraria del racconto (le scritte sullo schermo nei momenti salienti della storia) e un gusto di una certa forza visiva per arredamento,costumi,trucco e ambientazione.Del resto,il cinema di Luhrmann è espressione barocca,elevazione al cubo di intuizioni visive e il dècor ne gode sempre,in tutti i suoi lavori.Però è giusto dire che questo "Grande Gatsby" non è solo un film di confezione,anche se ,alla presentazione al recentissimo festival di Cannes ha conosciuto non pochi commenti tiepidi:il romanzo c'è,eccome,e la prestazione degli attori,soprattutto quella di Di Caprio nel ruolo del personaggio principale,avvolto da leggenda e pettegolezzi,pericoloso e idealista,forse pazzo ma intriso di un romanticismo che lo eleva sopra il cinismo di persone e beni materiali,rende molto bene i personaggi che l'autore di "Tenera è la notte" aveva creato sulla carta.A Luhrman e alla sceneggiatura di questa versione preme comunque sottolineare che,oltre le aspirazioni e la determinazione degli uomini,è il Destino che aspetta puntualmente ognuno per presentargli il conto,e che di un'epoca di magnificenze ed eccessi sfrenati,è già pronto il crepaccio rovinoso appena poco tempo dopo a causarne crolli e distruzione.Qualche compiacimento decorativo,qualche abbandono ad un vago entusiasmo didascalico (la morte di Gatsby nel romanzo non viene "mostrata",ad esempio),ma la passione per un capolavoro tra i romanzi e la mesta poca fiducia nella bontà degli esseri umani e nella fatuità del loro tempo viene trasmessa senza filtri.

martedì 28 maggio 2013

I SENZA NOME ( Le cercle rouge, F 1970)
DI JEAN-PIERRE MELVILLE
Con ALAIN DELON, GIAN MARIA VOLONTE', YVES MONTAND, Bourvil.
NOIR
Penultimo lavoro di Jean-Pierre Melville, e tra i più citati di una filmografia molto amata dalla critica, "I senza nome" ha un titolo in originale, "Le cercle rouge", che si rapporta all'incipit:una citazione buddista che metaforizza il destino in un cerchio rosso che, se esistente, al momento giusto collega due persone. Cronaca di un colpo perfetto le cui conseguenze però non lo saranno, il film è narrato con lo stile elegante, secco, volutamente scarno dell'autore di "Frank Costello faccia d'angelo", di cui ritrova qui il protagonista Alain Delon: e raramente al cinema si è visto un resoconto così puntiglioso ed eccezionalmente avvincente di una rapina, senza concessioni alla spettacolarizzazione ma con un senso dei tempi realistico ed una cronistoria dell'organizzazione dell'atto criminoso praticamente perfetta. Magari il recupero del personaggio di Yves Montand, in preda ad un delirium tremens da alcool, con tanto di allucinazioni di animali che invadono la sua camera è un pò troppo superficiale, ma i personaggi sono raccontati con cura, il concetto romantico della mala con codice d'onore (il rapinatore Volontè che grazia il poliziotto nel finale) è ben reso, e l'idea di assemblare tre star cinematografiche dallo stile recitativo completamente diverso uno dall'altro è un colpo di genio;il sornione Montand, il freddo Delon e l'energico Volontè si miscelano giocandosela da grandi dello schermo quali sono stati.
WOLFMAN ( The Wolf Man, USA 2009)
DI JOE JOHNSTON
Con BENICIO DEL TORO, Anthony Hopkins, Emily Blunt, Hugo Weaving.
HORROR

Rimandato per troppo tempo perchè non vi siano stati problemi nella lavorazione, giunge infine sugli schermi il remake de "L'uomo lupo" che all'inizio degli anni Quaranta definì le sembianze cinematografiche di uno dei grandi Miti della fantasia popolare e della letteratura e del cinema d'orrore: un cambio dietro la macchina da presa (dal Mark Romanek di "One hour photo" siamo passati al più affidabile commercialmente Joe Johnston di "Jurassic Park III"), e continui rimandi nell'uscita mai veramente giustificati dalla produzione hanno creato un piccolo caso,visti anche i nomi in gioco nel cast,compreso il truccatore Rick Baker. Ambientato nel 1891 in un'Inghilterra cupa, vede la casa avita dei Talbot in decadimento, prima dei titoli iniziali muore il fratello del protagonista,assassinato da qualcosa di misterioso ed orribile che vaga nei boschi: e se è interessante l'abbozzata critica ai metodi repressivi dei manicomi e l'impronta crudele e sadica di un padre padrone dallo sguardo obliquo di Anthony Hopkins nei rapporti con un personaggio principale votato alla dannazione per essere stato infettato da un licantropo, anche la violenza in alcuni momenti incline allo splatter non sconvolge, non turba. L'intero film soffre di un'artificiosità marcata sia nella rappresentazione dell'ambiente che nelle parti più deliberatamente fantastiche, e scopre troppo presto le carte dell'intrigo familiar-edipico che segna l'animo del mostro per forza Benicio Del Toro. Spettacolare, ma troppo finto per appassionare, ha un'unica sequenza di una certa suspence e forza cinematografica: quella in cui il protagonista è esposto in una sala del manicomio in cui è stato ricoverato per dimostrazione della sua supposta follia, e si avvia una trasformazione che porterà ad un massacro. Ma è difficile che divenga un classico.
STARDUST MEMORIES ( Stardust Memories, USA 1980)
DI WOODY ALLEN
Con WOODY ALLEN, Charlotte Rampling, Jessica Harper, Marie-Christine Barrault.
COMMEDIA
In una proiezione che non arriva a toccare l'ora e mezza di durata, Woody Allen fa il suo omaggio a Fellini più smaccato, ed al tempo stesso ne riecheggia la mossa di "Otto e 1/2",confessando una crisi personale e lo smarrimento del proprio ruolo,delle proprie aspettative, e del difficile rapporto con un mondo finora sconosciuto che interloquisce con lui mostrandosi sorpreso che un comico non faccia una vita allegra e non dica continuamente cose che fanno ridere. "Stardust Memories", giunto dopo il grande successo internazionale di "Manhattan" fu uno dei film alleniani meno premiati dal pubblico, e a tutt'oggi, comunque,uno dei meno visti e rammentati anche da chi lo ama maggiormente:forse per il maiuscolo omaggio felliniano di cui si diceva sopra, ma in realtà è un titolo che in una summa della consistente opera dell'autore di "Pallottole su Broadway" non dovrebbe mancare, proprio per il marcato coinvolgimento,la sincerità che il cineasta vi ha profuso. Non mancano,al solito, considerazioni geniali immerse in una battuta, ma la scena dell'autore rimasto solo dopo la proiezione del suo film finalmente in un silenzio un pò rassegnato dopo il gran can can di chiacchiericci ed intromissioni di appena poco prima lascia la sensazione di una confessione, una confidenza onesta e per nulla reticente.
PRANZO REALE ( A private function, GB 1984)
DI MALCOLM MOWBRAY
Con MICHAEL PALIN, MAGGIE SMITH, Denholm Elliott, Richard Griffiths.
COMMEDIAFilm d'esordio in età veneranda di Malcolm Mowbray, poi seguito da una manciata di altri titoli, sempre del genere commedia, "Pranzo reale" è una satira acida e, come si suol dire, in punta di penna, retta perlopiù da un cast di comprovati attori di gran tempra recitativa: il ritmo è il maggior difetto della pellicola, non propriamente scorrevolissima, anche se l'ambientazione è felice, l'accenno ai disagi economici del periodo bellico in Inghilterra è ben reso, e qualche sorriso inevitabilmente viene suscitato, anche dalla bravura degli interpreti. Però assegnare, come ho letto da qualche parte, lo status di film di culto sembra francamente troppa grazia.
IL TAGLIAERBE ( The lawnmower man, USA 1992)
DI BRETT LEONARD
Con PIERCE BROSNAN, JEFF FAHEY, Jenny Wright, Mark Bringleson.
FANTASCIENZA
Senza grossi nomi nel cast (Brosnan era ancora lontano dallo sfoderare la pistola di James Bond), diretto da un regista al secondo lavoro, il cui nome era praticamente sconosciuto, aveva solo la credenziale dell'ispirazione ad un racconto di Stephen King (non tra i più memorabili), e la novità di un riferimento al mondo virtuale, all'epoca una dimensione misteriosa e di tremenda attrattiva: se la radice è da cercarsi nel "Frankenstein" shelleyano, "Il tagliaerbe" propone uno scienziato geniale e potenzialmente pericoloso, che tramuta un giardiniere dalla mente debole in una creatura dalle capacità fantasmagoriche grazie all'esperimento che ne survolta le proprietà nella sua alternativa appunto virtuale. Professionalmente non fatto male, questo è un film di fantascienza molto medio, con poco da ricordare, e, seppur rudimentale, con la forza dell'intuizione di una non realtà che negli anni seguenti diverrà un fenomeno su cui si interrogano menti celebri e non. Ovvi anche gli sviluppi della trama, con lo scienziato che cercherà di fermare la situazione quando ormai gli è sfuggita dal controllo:non ci si aspettino sorprese, ma un intrattenimento onesto,questo sì.
AI CONFINI DELLA REALTA' ( The Twilight Zone, USA 1983)
DI JOHN LANDIS, STEVEN SPIELBERG, JOE DANTE, GEORGE MILLER
Con VIC MORROW, SCATMAN CROTHERS, KATHLEEN QUINLAN, JOHN LITHGOW.
FANTASTICO
Lo sappiamo tutti, il film ad episodi è tra le formule più sfruttate della storia del cinema, e al contempo, una delle più rischiose: solitamente su quattro episodi, se due sono discreti è una fortuna,mentre magari gli altri due non suscitano alcun iteresse. Nella trasposizione cinematografica di "Ai confini della realtà", che ha influenzato più di una generazione soprattutto in USA, anche per via di autori come Matheson e Bradbury tra gli ispiratori, chi firma i quattro capitoli che compongono il lungometraggio sono firme di gran spicco, e all'epoca giovani leoni della direzione cinematografica: senza giudicarlo un capo d'opera, il risultato è comunque di un certo interesse per chi ama il cinema fantastico. Segnato da una doppia tragedia l'episodio di Landis (morirono sia il protagonista Vic Morrow che un tecnico in un incidente durante la lavorazione,con un elicottero), che cura anche il fulminante prologo con Dan Aykroyd e Albert Brooks, vive di un'ironia grottesca, mentre più poetico e gentile è il segmento spielberghiano con il nero Scatman Crothers che dispensa gocce di felicità (e di magia) in una casa di riposo;nell'episodio più originale, ed inquietante, quello diretto da Dante, un bambino con poteri straordinari e pericolosi tiene in ostaggio la propria famiglia, ma tra le righe vi si legge un'accusa ad un'errata e rovinosa interpretazione dell'infanzia, mentre non male, ma più di routine appare il conclusivo episodio che vede John Lithgow passeggero terrorizzato da una creatura orrida appollaiata sull'ala dell'aereo su cui sta viaggiando, anche se tratto da una sceneggiatura di Richard Matheson. Divertente e comunque aggraziato, è complessivamente uno dei migliori film ad episodi mai girati.
CADO DALLE NUBI ( I,2009)
DI GENNARO ANNUNZIANTE
Con CHECCO ZALONE, Dino Abbrescia, Giulia Michelini, Fabio Troiano.
COMMEDIA
Pugliese a Milano per sfondare nel mondo della musica, il fessacchiotto Checco, come ogni personaggio comico che si rispetti, mette in crisi ogni situazione in cui si ritrova e provoca guai a chi lo incontra: se "Checco Zalone", in dialetto, è già un programma (sarebbe a dire, "che pacchiano", "che tamarro" o giù di lì) e permette al comico che lo interpreta, Luca Medici, di deridere certi (troppi) aspetti volgari di quest'Italia molto influenzata dalla televisione, il film d'esordio del personaggio non manca di garbo, con qualche parolaccia di prammatica. Però i quasi quattordici milioni di euro incassati non sono uno scherzo, soprattutto per un film che suscita qualche sorriso, ma è pochissima cosa davvero. La presa in giro dei pregiudizi sui gay, dei leghisti duri e puri, sui cantanti alla Gigi D'Alessio possono divertire,molto moderatamente, il protagonista spara qualche battuta non male (la migliore, la canzone in calabrese dinanzi ad un pubblico di seguaci di Bossi) , ma tutto questo seguito sarebbe un fenomeno da studio per gli appassionati di statistiche e formule per come si costruisce un successo di queste proporzioni. "Zelig" sforna nuovi comici a ripetizione, colleziona punte di alto gradimento nello share televisivo,ma se posso essere sincero, ho provato a guardarlo, ma non mi fa ridere granchè:gusto personale, ma visto che faccio parte della generazione che si è sorbita "Drive In" credo che di comicità basata solo sui tormentoni ne ho una certa esperienza....E dal punto di vista degli interpreti,sfruttato il personaggio,che si fa?
I PUGNI IN TASCA (I, 1965)
DI MARCO BELLOCCHIO
Con PAOLA PITAGORA, LOU CASTEL, Marino Masè, Pier Luigi Troglio.
DRAMMATICO
Alta crudeltà nel film d'esordio di Marco Bellocchio, vera e propria bomba che si abbattè sulla metà degli anni Sessanta, con un racconto di devastazione degli abituali canoni di Famiglia mai mostrato così, nel nostro cinema. "I pugni in tasca" aggredisce con aguzzo furore il più intoccabile dei tabù italiani,con inedita sfacciataggine:propositi suicidi, una madre non vedente spinta giù in un burrone, un fratello con problemi mentali annegato in una vasca da bagno,botte e una certa morbosità nei rapporti tra consanguinei, fino ad un finale cattivissimo, in cui qualcuno viene lasciato morire di una crisi epilettica senza concedergli un minimo aiuto, la noia che assilla e rende insane le relazioni di una famiglia guasta. Affilata e all'acido, quest'opera prima di un autore tuttora importante impone una visuale originale, che ancora oggi è disturbante, figuriamoci alla sua uscita: Lou Castel, specializzato in ruoli spesso ributtanti, e Paola Pitagora, qui affascinante ma anche sinistra, sono scelte sopraffine per il duo di fratelli senza cuore nè pietà, vipere allevate per mordere a morte chi si fida di loro. Girato in un bianco e nero livido, quasi liquido in alcuni momenti, è uno di quei lungometraggi che rivelano tutta la loro forza soprattutto appena dopo la visione, facendo rimuginare lo spettatore a lungo su ciò che ha visto.
ROCKNROLLA ( Rocknrolla, GB 2008)
DI GUY RITCHIE
Con GERARD BUTLER, Tom Wilkinson, Thandie Newton, Mark Strong.
AZIONE/GROTTESCO
Reduce dal divorzio con la superstar Madonna, tra i passi falsi tipo il remake di "Travolti dal destino" e il grande successo di "Sherlock Holmes" (oltre le previsioni,probabilmente), Guy Ritchie sforna un noir grottesco e d'azione come piace a lui: "Rocknrolla", come vengono definiti i tipacci più tosti della mala britannica, è un divertissement con lessico colorito, come si suole in questo genere di pellicole, qualche scena violenta e un sarcasmo denso usato come motore di tutta l'operazione. Che, onestamente, l'umorismo di Ritchie non sia proprio di quelli più raffinati e coinvolgenti sono convinto anche io, ma, pur nella dispersione narrativa tipica di questo regista inglese cui non manca comunque l'estro, il filmaccio c'è. Tra mafiosi russi dagli atteggiamenti padronali e dalle tecniche crudeli, vecchi capobanda disposti a tutto pur di confermare il loro potere e nuovi leoni del sottobosco che menano alla cieca per spodestare gli altri, con la polizia assente per ignoti motivi, si dipana un intreccio a base di soldi, quadri scomparsi e regolamenti di conti vari; nel variegato cast, da citare perlomeno un Tom Wilkinson rancoroso boss con metodi da vecchio strozzino e l'ex duro di Sparta Gerard Butler, un attore capace di spaziare dalla commedia ai ruoli d'azione con scioltezza da divo,per ora non sempre bene utilizzato.E il sequel è annunciato nei titoli di coda, tanto per spiegarsi...
DRAQUILA-L'Italia che trema ( I,2010)
DI SABINA GUZZANTI
DOCUMENTARIO

Segnato dall'inqualificabile manfrina del ministro Bondi che ha scalpicciato (senza vederlo,garantito,come si è spesa la ministra Brambilla per denigrarlo in tv) per non presentarsi al festival di Cannes dove il film della Guzzanti è stato proiettato, "Draquila-L'Italia che trema" porta lo spettatore a confrontarsi con le conseguenze del terremoto che nel 2009 ha devastato il capoluogo abruzzese, ed alla squallida farsa dell'utilizzo di dolore e paura per guadagnare consensi elettorali in una fase di barcollamento della maggioranza. Il modello della Guzzanti è probabilmente il documentario composto da interviste (alle quali chi sta al potere sfugge ben volentieri),inserti e commenti:rudimentale a tratti, non sempre lucidissimo, ma onesto e schietto nel suo essere di parte,vero,ma anche in nome di una democrazia di cui evidentemente a molti piacerebbe fare a meno,pur di credere alle fole di chi li comanda e illude.Perchè chi declama di aver "regalato" gli alloggi ai terremotati sulle televisioni, mentre a voler essere precisi si sono dati in comodato d'uso,con tanto di lista di bicchieri,forchette e vasi di fiori (tutto regolarmente documentato ivi) racconta balle,siamo onesti:e tramutare una tragedia che ha strappato via un pezzo d'Italia,con le vite rovinate,oltre ad un patrimonio artistico e territoriale di notevoli proporzioni,in un teatro mediatico per beccare consensi sull'onda di un "Silvio salvaci" urlato da un'anziana disperata è una cosa che nella sua indegnità si commenta da sola. Non è perfetto "Draquila",ma è un atto di resistenza alla pubblica indifferenza che induce a scuotersi.
FLASH OF GENIUS ( Flash of genius,USA 2008)
DI MARC ABRAHAM
Con GREG KINNEAR, Dermot Mulroney,Lauren Graham,Tim Eddis.
DRAMMATICO
A volte sembrano cose scontate,ma cose come il rubinetto dell'acqua calda, la tastiera del telefono, i lacci per le scarpe sono cose che,avendoci facilitato la vita, sembrano esserci sempre state,ma qualcuno avrà dovuto farsele venire in mente,escogitarle.La storia vera del professor Kearns, che inventò il tergicristallo ad intermittenza,e subì il furto dell'idea da parte delle grosse compagnie automobilistiche, e della lotta quasi devastante per ottenere il riconoscimento della paternità dell'invenzione,fino addirittura a studiare legge per portare in tribunale le proprie ragioni,viene portata sullo schermo dal regista Marc Abraham,al suo primo film. "Flash of genius" sposa la tradizione classica di molto cinema idealista che ha avuto negli anni Sessanta il suo apice, con storie di uomini la cui dignità e il cui credo in quello che ritengono giusto sono indistruttibili,e le speranze in una società equa e giusta non crollano di fronte al cinismo dei fatti quotidiani. C'è molto del Coppola più appassionato alle cause civili, è vero,in questo lavoro, e "Tucker" viene subito alla mente,sia per l'argomentazione "motorizzata",che per i toni del racconto ed anche lo stile utilizzato nell'esporre i fatti. Il ruolo del protagonista è assegnato ad un ottimo attore come Greg Kinnear,che forse è stato travisato all'inizio della sua carriera:di piacevole presenza ma non così bello da divenire una star,si è sempre affermato come bravo ed espressivo,soprattutto nei mezzi toni, con una caratura d'attore che ricorda un Jack Lemmon d'annata.I difetti dell'opera prima ci sono, con qualche difficoltà nel gestire il ritmo narrativo,qualche minuto di meno nella durata forse sarebbe stato meglio.Certo,si tratta anche di un film di attori, e di ricostruzione d'ambiente, e questo va a vantaggio del lungometraggio:forse non perfetto e non infervorato della passione civile di cui avrebbe abbisognato per essere un film memorabile,ma merita visione e presa in considerazione.
1855:LA PRIMA GRANDE RAPINA AL TRENO(The great train robbery,USA 1978)
DI MICHAEL CRICHTON
Con SEAN CONNERY,DONALD SUTHERLAND, Lesley-Anne Down, Alan Webb.
AVVENTURA/COMMEDIA

Unico film diretto da Michael Crichton da un suo romanzo, "1855:la prima grande rapina al treno" è un film avventuroso giocato su un tono brillante,che romanza un evento criminoso e neanche nascostamente tifa per la coppia di gaglioffi Connery/Sutherland,bricconi che parlano in slang (è una delle cose migliori della pellicola).Ambientato a metà del Diciannovesimo Secolo,come cita appunto il titolo italiano, il lungometraggio è diretto con evidente disponibilità del regista e scrittore (anzi,per importanza sarebbe meglio ribaltare le specificazioni) al servizio delle due star,lo scozzese ed il canadese, per la prima ed ultima volta combinati in un film:spesso incline ad ammiccare allo spettatore nel presentare le malefatte dei banditi,che celebrano il savoir-faire del personaggio di Connery(disposto comunque a diventare assassino) e la buffoneria di quello di Sutherland (molte volte impegnato in ruoli sopra le righe), "1855" giunge alla scena d'azione che lo contraddistingue, nella rapina vera e propria, con discreta tenuta. Peccato che il finale voglia imporsi lieto per forza,con un espediente per la fuga dei protagonisti abbastanza forzato,che lascia abbastanza perplessi:del resto, se come regista tutto sommato se la cavava, come scrittore Crichton indovinava i temi sui quali sviluppare le storie, ma a volte giungeva a tre quarti del racconto con evidente scarso carburante narrativo.
IL MALEDETTO UNITED (The damned United,GB 2009)
DI TOM HOOPER
Con MICHAEL SHEEN,Timothy Spall,Colm Meaney,Giles Anderson.
COMMEDIA
E' una vecchia legge del calcio,e dello sport,il consiglio a un giocatore o un manager di non lavorare per la squadra della quale è tifoso,perchè non riuscirà a fare granchè di buono.La vicenda calcistica di Brian Clough,allenatore che puntando tutto sulla propria ambizione,arrivò a guidare il Leeds United fallendo,dopo e prima dei suoi maggiori successi sulla panchina,diventò un libro (di David Peace) e poi un film diretto da Tom Hooper,in seguito regista da Oscar per "Il discorso del re".L'avventura sportiva di Clough,che spinto da un'ossessione senza tregua arriva a rinnegare anche collaboratori preziosi,pur di ottenere la guida del club che considerava il massimo,e deve poi,dopo aver constatato la propria inadeguatezza a fondere passione e professione,appartenenza di tifo e idee tattiche,fare un bagno di umiltà e ricominciare dalle cose semplici:ben recitato e colorato,"Il maledetto United" è intinto di britannicità fino al midollo,e riesce soprattutto nella ricostruzione d'ambiente degli anni Settanta,in cui il calcio inglese espresse uno dei suoi periodi più felici,con clubs che non erano blasonati,ma riuscivano a conquistare titoli nazionali e internazionali,e mischiando agonismo innato a talento e grinta,si distinse come uno dei posti più belli in cui veniva giocato a pallone,ricordando anche campionissimi come Kevin Keegan.Il film è divertente,e ha una morale che spinge alla considerazione dell'importanza dell'umiltà come base per fare bene il proprio lavoro e non perdere di vista la realtà,che fa guadagnare simpatia all'operazione:semmai,a Hooper si può riscontrare una gran bravura d'allestitore di scene e ricostruzione di epoche e ambienti,ma gli si riconosce,una volta ancora,una pecca che dovrebbe smussare.Infatti,i suoi film hanno solitamente una prima parte intrigante,intensa e di impatto notevole,mentre la sua regia,alla lunga,sembra che fatichi a tenere il passo in fatto di ritmo e capacità di avvincere lo spettatore,riprendendosi sul finale.Se riuscisse a regolare questa discontinuità di narratore,Hooper potrebbe trasformarsi davvero in uno dei più importanti registi di questi anni.

sabato 18 maggio 2013



ATTACCO AL POTERE-Olympus has fallen
(Olympus has fallen,USA 2013)
DI ANTOINE FUQUA
Con GERARD BUTLER,Aaron Eckhart,Morgan Freeman,Angela Bassett.
AZIONE

Arrivano i coreani,e sono anche feroci:con un particolare effetto-specchio riguardo alle recenti notizie dell'elevarsi della minaccia che viene dal regime che ha da poco cambiato dittatore,per discendenza,arriva "Attacco al potere",in originale "Olympus has fallen",dato che la Casa Bianca,per gli uomini addetti alla sicurezza del presidente USA è in codice Olympus,appunto.Ove si immagina che un manipolo piuttosto corposo di terroristi scatenati prendano d'assalto la casa del presidente americano,massacrando anche numerosi cittadini di Washington,D.C.,con un'azione ineccepibile dal punto di vista militare,e un'ex-guardia del corpo del n.1 USA,caduto in disgrazia per non aver potuto salvare la first lady in un'incidente,si ritrova dentro l'edificio,unico in grado di debellare i crudeli terroristi e scampare una minaccia che potrebbe addirittura distruggere gran parte del Paese.Arrivato prima del progetto analogo "White House down",in cui si prevede ugual scempio dell'edificio più celebre della politica americana,questo thriller d'azione di Antoine Fuqua include violenze a go-go,pestaggi,esecuzioni,da parte dei gelidi uomini di Corea,ma il protagonista,a dire il vero,non è che sia tanto più dolce,tanto da vantarsi fieramente di saper come avere informazioni da prigionieri sotto tortura.A livello spettacolare un meccanismo del genere può anche funzionare,ma a livello di prevedibilità siamo ad una cifra abbondante,e come spacconate sanguinarie non si scherza:praticamente una versione meglio costruita di tanti film di Van Damme e Seagal,con una bella inzuppata di retorica a stelle e strisce che non molla dai primi fotogrammi agli ultimi.Butler continua a non azzeccare nè copioni,nè interpretazioni valide,attori altrove interessanti come Freeman,Eckhart e Bassett qui sono in chiara partecipazione salariale,e il trucco dell'ex-amico divenuto infame traditore che si smaschera da solo per aver detto un dettaglio di troppo comincia a essere stantìo.

venerdì 17 maggio 2013

SIERRA CHARRIBA ( Major Dundee, USA 1964)
DI SAM PECKINPAH
Con CHARLTON HESTON, RICHARD HARRIS, Senta Berger, James Coburn.
WESTERN

Uno dei cinemassacri, come anche "Il disprezzo" di Godard, più celebri della storia del cinema. E, visto che si parla di un film di Peckinpah, non si discute di quello che vediamo sullo schermo, ma di quello che ne è restato fuori: maltrattato da produttori, distribuzione americana e italiana, gira oggi in più versioni, perchè molto minutaggio è stato strappato via, dieci minuti qua, otto di là, peggiorando di fatto la fruizione del racconto e dell'intero film. Oltre tutto, quello che ne rimane è un western notevole,denso di sfide, rapporti di odio e amicizia intensissimi, in un'ottica volta al buio della sfiducia nel comportamento umano: se il protagonista, il maggiore Dundee, è un uomo fondamentalmente vile, i cui piani escogitati non troveranno la via dell'affermazione, e coraggiosa è la scelta di un american hero per eccellenza nell'interpretare un ruolo così venato di negatività e debolezze, le simpatie di regista e pubblico vanno piuttosto al perdente di classe Richard Harris, che in una perfetta parabola peckinpahiana, odia l'ex-amico Dundee quanto gli è affezionato e, sebbene debba prestare aiuto,lui sottufficiale sudista, a un plotone malmesso di nordisti. Le troppe ellissi narrative che soprattutto nella seconda parte evidenziano i rimaneggiamenti e i colpi di cesoia allo scorrere del racconto condizionano il giudizio sul film, che rimane comunque un classico maledetto e pieno di pagine di grande cinema:i difficili rapporti di Peckinpah con produttori e collaboratori vari sottolineano comunque la forza di un non allineato,che al terzo film già girava con forza e epica dell'immagine rare da trovare in giro.
SCANNERS ( Scanners, CAN 1982)
DI DAVID CRONENBERG
Con JENNIFER O'NEILL, STEPHEN LACK, Patrick McGoohan, Michael Ironside.
THRILLER/FANTASCIENZASe "La mosca" può essere considerato il maggior risultato commerciale di un autore fuori dagli schemi e molto amato dai cinefili in genere come David Cronenberg, fu "Scanners" a conquistargli una visibilità che fosse anche estesa anche al pubblico più vasto:sospeso tra la spy story e il film di fantascienza con incursioni nell'horror, questo lavoro racconta di una guerra tra freak dal potere incontenibile. Forti di un'energia frutto di un esperimento effettuato anni prima, gli scanners sono individui che riescono a produrre onde cerebrali capaci, tra l'altro, di praticare la telecinesi e forzare materia e pensieri:ovviamente alcuni sono malvagi, o perlomeno senza il minimo scrupolo riguardo all'uccidere, per affermare i propri voleri o conquistare il potere. Cronenberg, con una freddezza anche eccessiva circa la ventura dei propri personaggi (è il difetto della pellicola, che peraltro è interessante e nonostante tutto avvincente), mette in scena un conflitto che porta a far esplodere teste(la scena più spettacolare del film, presentata con una crudezza da entomologo), lacerare corpi, sprizzare sangue, come chi è abituato al suo cinema sa bene, fino al confronto finale che avrà un esito in effetti sorprendente. E, pur sostanzialmente parteggiando per i buoni, nel cast emergono soprattutto Patrick McGoohan e Michael Ironside,ciascuno negativo per versi differenti, ma sicuramente due interpreti notevoli, che avrebbero meritato maggiori fortune.
IL COMMISSARIO LO GATTO ( I, 1986)
DI DINO RISI
Con LINO BANFI, Maurizio Micheli, Isabel Russinova, Licinia Lentini.
COMMEDIAC'è stata una fase, tra i film con la Fenech,la Rizzoli e la Bouchet e il grande successo televisivo di "Un medico in famiglia" in cui Lino Banfi figurava in commedie più "ripulite" e affidate a registi migliori dei vari Tarantini, Martino: "Il commissario Lo Gatto" fa parte di questo periodo della carriera del comico pugliese, comunque bravo interprete, soprattutto nelle accelerazioni nevrotizzate dei suoi personaggi. Però l'estro magico di Dino Risi era ormai sfumato (vedere anche "Teresa" con la Grandi, ad un livello assai peggiore),la sceneggiatura,che prevede un intrigo giallo senza capo nè coda, non aiuta affatto, e se i siparietti tra Banfi e Micheli sono simpatici nei limiti del garbo degli interpreti che non hanno occasione di sfoderare battute veramente divertenti, la storia sembra andare per conto suo, senza alcuna incidenza da parte dei caratteri. Già in adattamento per la televisione, è la dimensione di molto cinema popolare anni '80, forse il più datato degli ultimi decenni per tempi narrativi ed allestimenti tecnici( effetti speciali,costumi,fotografia,colonna sonora):sia l'horror,che la fantascienza, che la commedia più commerciali mostrano solo vent'anni dopo troppe rughe per avere un qualsiasi fascino vintage.
FRANKENSTEIN (Frankenstein, USA 1931)
DI JAMES WHALE
Con COLIN CLIVE, BORIS KARLOFF,Mae Clarke.
HORROR
Un film-prototipo,buono per essere analizzato, citato, rifatto e ripetuto : indubbiamente, la rilettura che James Whale dette del romanzo della Shelley è, per molti versi, la versione definitiva su celluloide della tragedia orrorifica del barone von Frankenstein e della sua Creatura.A livello scenico, un capolavoro,fatto di luci e ombre, con la "traccia" delle fattezze dell'infelice e assassina Creatura modellate sul volto di un grande Boris Karloff, il quale assembla pieta', orrore, malvagita' e disperazione nel "figlio" rinato, e poi respinto dal padre-scienziato.Da antologia tante scene, su tutte quelle del vagare della Creatura che porta con se'distruzione e morte, ma non puo'fare altrimenti.E peccato, perchè così com' è sa di imposizione dalla produzione, per quella "chiusa" con il vecchio barone che sgrida affettuosamente le servette della tenuta, che pare un'estrapolazione dalla serie "Sissi l'imperatrice". Ma in questo "Frankenstein" è evidente la mano di un grande regista, che ha lasciato un segno indelebile nella cinematografia mondiale.
THE CAVE-Il nascondiglio del diavolo ( The cave, USA/D 2005)
DI BRUCE HUNT
Con COLE HAUSER,EDDIE CIBRIAN , Lena Headey, Piper Perabo.
HORROR/AVVENTURA
Emettono un suono tra qualcosa che striscia e il tintinnio sordo dei serpenti a sonagli, si destreggiano tra ciò che è prensile come scimmie, sono sensibilissimi al suono dato che sono quasi ciechi,volano, e hanno il viziarello poco simpatico di mangiare gli esseri umani a morsi, oltre che di parassitarli per far nascere nuovi esemplari della loro specie: sono le creature che imperversano nelle grotte profonde kilometri sotto i Carpazi, in Romania, che ospitano tra l'altro anche altri animali di dimensioni considerevoli in "The cave", coproduzione americana-tedesca nel solco di "Alien" e derivati vari. Se da un lato si assiste alla consueta falcidia del gruppo di avventurosi che incautamente si ritrova a dover fronteggiare l'inaspettato pericolo, con le cose che si fanno più macabre via via che ci si avvicina al climax finale della pellicola, c'è da dire che tecnicamente il film è fatto bene, sia negli effetti speciali e nell'elaborazione dei mostri, che nella rara qualità e nitidezza della fotografia delle scene subacquee. Inoltre, il finale,che curiosamente lascia vivo più di uno della missione originaria, apre nell'ultimissima scena ad un nuovo inquietante sviluppo, che è forse la cosa migliore del lungometraggio. Medio,per carità, ma dà ciò che aveva promesso.
 TRE COLONNE IN CRONACA
(I,1990)
DI CARLO VANZINA
Con GIAN MARIA VOLONTE',SERGIO CASTELLITTO,Massimo Dapporto,Joss Ackland.
DRAMMATICO
Il romanzo "Tre colonne in cronaca",di Corrado Augias e Daniela Pasti,fa ampiamente riferimento alla battaglia tra Eugenio Scalfari e Silvio Berlusconi,non ancora entrato in politica ufficialmente,che avvenne nella seconda metà degli anni Ottanta,che è stata una delle non molte sconfitte dell'ex-premier,ovviamente con altri nomi e buttandola sul thriller politicizzato.Ne trassero un film abbastanza fulmineo,per tempi di realizzazione,i fratelli Vanzina,nel periodo in cui tentavano di perseguire l'idea di un cinema medio che esulava dai loro successi con le commedie giovanili o di costume:il cast è di tutto rispetto,visto che schiera un Gian Maria Volontè in discreta forma,gli allora piuttosto giovani Sergio Castellitto e Massimo Dapporto,e scafati professionisti come Joss Ackland (che in quel periodo era un attore assai richiesto),Carlo Giuffrè e Senta Berger,con la bella di turno in voga Demetra Hampton in evidenza.Solo che,per quanto volenteroso sia l'allestimento,il film è debole in sceneggiatura,frammentario nell'esposizione dei fatti,e i personaggi,nonostante i nomi sopra citati,rimangono bidimensionali:infatti,lo slancio per affermarsi come uomini di cinema meno corrivi dei Vanzina è servito a poco,e benchè abbiano poi realizzato altri buoni successi commerciali con commedie,soprattutto con il duo Boldi/De Sica,Carlo e Enrico hanno abbandonato il versante di genere o più "serio".

mercoledì 15 maggio 2013

IL MERLO MASCHIO ( I,1970)
DI PASQUALE FESTA CAMPANILE
Con LANDO BUZZANCA,LAURA ANTONELLI, Ferruccio De Ceresa, Lino Toffolo.
COMMEDIA/EROTICO

Uno dei titoli più celebri interpretati da Lando Buzzanca,che contribuì fortemente a crearne il personaggio,da masculo impelagato in voglie,nudità e frustrazioni sessuali alternate a slanci di virilità conclamata,per l'occasione accompagnato da una partner di fulgida presenza come Laura Antonelli.Ecco,uno dei limiti del film,ad esempio,è il più volte sottolineato scarso sex-appeal della moglie del protagonista da vestita,mentre nuda fa impazzire ogni individuo di sesso maschile.Scelta sbagliata allora di regista e direttore del casting,perchè andava presa un'altra attrice,magari con un bel fisico ma non così attraente di faccia come l'inteprete di "Malizia",una delle donne più belle e sensuali che siano comparsi sui nostri schermi,vestita e non. In più,ad una prima parte che tutto sommato può sollevare qualche interesse nel racconto di un uomo assolutamente insignificante,al quale non fa caso nessuno,e vive quasi in una dimensione "altra",da nullità congenita,la seconda,che accentua il lato erotico della vicenda mostrando la venustà della Antonelli in più salse e pose (e fa piacere,per carità,ma la storia si fa uggiosa) stanca e arriva ad un finale appiccicato e un pò insulso. Festa Campanile,al solito,azzarda una satira che porta da poche parti,anche se gli intenti erano validi.E sugli interpreti,sia Buzzanca che la Antonelli sono migliori dei ruoli che sono chiamati a recitare.
LEGEND (Legend, GB 1985)
DI RIDLEY SCOTT
Con TOM CRUISE,MIA SARA, Tim Curry, Alice Playten.
FANTASY
Primo vero e proprio tonfo della carriera di Ridley Scott, incursione netta nel fantasy e colosso prodotto a Pinewood, Inghilterra, dopo che "Blade Runner" era già stato investito dello status di cult-movie:Tom Cruise non aveva ancora sfondato con "Top Gun",di un anno successivo, Mia Sara alla fine non è divenuta una star, e l'ambiguo Tim Curry nella rossa pelle di un diavolone che rappresenta la Tenebra assoluta non dà nè carisma nè mefitica personalità alla creatura maligna che vorrebbe spazzare via la purezza dal mondo descritto inizialmente come un bucolico paradiso in cui una coppia di unicorni bianchi simboleggia il Bene assoluto. Troppo dalla parte paurosa delle fiabe per poter piacere ai bambini, troppo inciampante in lazzi rumorosi e vocine e vociaccie per non stuccare il pubblico adulto, azzarda visivamente tra buio e luci sofisticate eppure non dà epica nè aria al racconto, come se Scott avesse in mente di stupire e reinterpretare un canovaccio classico del fantastico, ma si fosse impelagato in situazioni già viste e avesse corteggiato troppo gli spettatori giovanissimi, con strizzate d'occhio troppo insistite per non stancare. Frenò non poco la carriera del suo autore,che riprese solo dopo un film di transizione come "Chi protegge il testimone" e si rilanciò con il noir a tutte luci "Black rain".