lunedì 31 marzo 2014


L'IMPIEGATO (I,1959)
DI GIANNI PUCCINI
Con NINO MANFREDI,Eleonora Rossi Drago,Anna Maria Ferrero,Andrea Checchi.
COMMEDIA
Prime occasioni da protagonista per uno che diventerà uno dei personaggi chiave della commedia italiana,dopo aver riscosso buoni successi televisivi:Nino Manfredi,nei panni di un modesto travet,figura importante tra letteratura e certo cinema del dopoguerra (oggi minimo devi essere un creativo o un imprenditore di livello per esser degno di un soggetto cinematografico....),si divide tra i sogni d'agiatezza,in cui conquista femmine sensuali,e la vita ordinaria che lo vede spesso pavido,incerto e sciolto solo se beve un goccio di troppo.Diretto da Gianni Puccini,nome non ricordatissimo dai cinefili,ma di fatto capace di un cinema medio di cui in questi anni si lamenta spesso,e giustamente,l'assenza,"L'impiegato" ha sì  influenze "gogoliane",ma ancor più ricorda "Sogni proibiti",che era stato un recente titolo popolare con Danny Kaye (rifatto proprio questa stagione da Ben Stiller) in cui al grigiore dei giorni spersi nel tran-tran,si rifuggiva in una dimensione avventurosa solo immaginaria.E,infatti,pur avendo l'occasione della vita sentimentale con una capoufficio rigida ma affascinante,la sciupa per insicurezza,o forse anche per viltà:i due si sono osteggiati,ma probabilmente si piacciono anche,e per star dietro ognuno al proprio carattere,fanno una scelta conservatrice e si rispediscono dentro una sostanziale,noiosa ma "senza pericoli" infelicità di base.Un pò piatto nel racconto,il filmettino è tuttavia un ritratto di un'Italia appena prima del "boom" pulito e non sgradevole,in cui la verve di Manfredi è tenuta fin troppo a bada da regia e sceneggiatura.

lunedì 24 marzo 2014


300-L'ALBA DI UN IMPERO (300:Rise of an empire,USA 2014)
DI NOAM MURRO 
Con SULLIVAN STAPLETON,EVA GREEN ,Lena Headey,Rodrigo Santoro.
GUERRA
Se "300" nacque dalla graphic novel omonima di Frank Miller,l'operazione "300-L'alba di un impero" addirittura giunge sugli schermi internazionali prima dell'opera milleriana "Xerxex",ispiratrice nel plot del racconto:che non è,esattamente,nè un sequel,nè un prequel dello scontro tra gli spartani condotti da Leonida e le truppe persiane di Serse alle Termopili,ma, semmai accade quasi a lato,per ambientazione geografica e collocazione storica,e trova il suo epilogo nella battaglia navale di Salamina.Zack Snyder non ha ripreso la regia di questo progetto,ma figura come produttore,e certo questo lavoro,diretto dall'israeliano Noam Murro,risente della mano del regista de "L'uomo d'acciaio".Chiariamolo:Snyder è un autore di cinema in cui il superomismo è radicato,ha una visione certo non "liberal" e quando è al suo peggio,può irritare con una retorica "teocon" piuttosto marcata,ma è anche vero che è uno dei non molti registi che sanno imprimere un lirismo forte alle immagini e alle storie che narra.Qua,però,appunto,la regia la firma un altro,e se il kolossal con Gerard Butler era sostanzialmente una chiamata alle armi contro le forze del "Male" venute da Oriente,"L'alba di un impero" è,sorprendentemente,meno becero ideologicamente,e meglio definito nello studio dei personaggi in campo.Si parte da un falso storico clamoroso (l'uccisione del re di Persia Dario da parte di Temistocle con una freccia scagliata da terra verso una nave beccheggiante su un mare tempestoso:al di là della scarsa probabilità di successo di un colpo da arciere del genere,non andò proprio così),e spesso le scene si tingono del rosso imperioso di sangue,con generosi spruzzi,teste spaccate dalle lame,arti mozzati e corpi trafitti,in un eccesso di belluina veemenza stordente.Però i complessi rapporti tra personaggi,come,ad esempio quello tra l'ispido Temistocle,interpretato da Sullivan Stapleton,e l'Artemisia,una greca divenuta potente tra gli uomini di Persia,della quale viene spiegata anche l'origine della ferocia che la contraddistingue,la dignità tumultuosa della vedova di Leonida Gorgo,sono raccontati bene,ed è sottolineato che la democrazia è un bene da proteggere talvolta con dolore dalle forze assolutiste.Per cui,rispetto a quel che si paventasse,la pellicola è ben girata, e rendono bene gli attori pur in caratteri portati all'estremo,e Eva Green si conferma una bellezza inquietante e un'attrice non adatta ai mezzi toni,ma a suo agio con i personaggi ad alto voltaggio.

mercoledì 19 marzo 2014


THE CHRONICLES OF RIDDICK 
(The chronicles of Riddick,USA 2004)
DI DAVID TWOHY
Con VIN DIESEL,Thandie Newton,Colm Feore,Alexa Davalos,Karl Urban.
FANTASCIENZA
Costato relativamente poco,"Pitch Black" era saltato all'occhio di molti appassionati di cinema come uno dei non troppi titoli di fantascienza di cui tenere a mente,all'inizio degli anni Zero.Nella scia del primo "Alien" e di altri classici e meno della science-fiction,il resoconto di un'astronave in panne su un pianeta che si rivelava pericolosissimo per via di creature vampiresche,e un passeggero-prigioniero,che diventava indispensabile per cercare di salvarsi,con occhi celati da lenti,e poteri straordinari.Un sequel era aspettato da diversi fans che erano riusciti a vedere il film di David Twohy anche,e soprattutto,non nei cinema,perchè lì ebbe vita breve,ma con il videonoleggio,all'epoca molto attivo:se "Pitch Black" era un lungometraggio a basso budget,ma funzionale e che giocava molto sul buio e su quel che poteva annidarvisi,la seconda avventura con protagonista Riddick ha costi molto più elevati,e non gli giova.Più magniloquente nella messa in scena,con una trama più "canonica",che vede l'antieroe alieno trovarsi a fare da ago della bilancia in una congiura di palazzo di una razza potentissima e dominata da un tiranno apparentemente adorato,in realtà solo temuto:in più,il personaggio principale è venuto a cercare la donna amata,che però sembra ormai un'altra persona,lontana da quella che conosceva."The cronichles of Riddick" è certo un film spettacolare,scenograficamente più ricco,ma se l'idea del regista e sceneggiatore era di ampliare la saga (anche perchè c'è stato un terzo capitolo,fortemente voluto dal protagonista Vin Diesel) e dargli una connotazione più epica,il gioco riesce fino a metà;Diesel indossa il personaggio con fisica aderenza,rimane semmai un pò superflua una signora attrice come Judi Dench nell'apparizione oracolare che annuncia certi sviluppi,ed emergono le bellezze di attrici come Thandie Newton e Alexa Davalos.Si vede bene,ma non dice molto di nuovo,come invece si sarebbe sperato.

lunedì 17 marzo 2014


MURDEROCK-Uccide a passo di danza (I,1984)
DI LUCIO FULCI
Con OLGA KARLATOS,Ray Lovelock,Claudio Cassinelli,Cosimo Cinieri.
THRILLER
In una scuola di ballo in cui si predica l'aggressività e la coltivazione di una sfrenata ambizione come modo di conquistare il famoso "passo in più",vengono uccise delle allieve,prima stordendole con del cloroformio,successivamente bucando loro il cuore e provocando un'emorragia letale con un lungo spillone acuminato.Indaga un commissario chiamato Borges,che non sembra avere eccessiva fretta di risolvere la faccenda,ed enuncia i propri ragionamenti un pò sarcastici spesso sgranocchiando noccioline,e sono diverse le persone sospettate di essere il killer.In più,la proprietaria della scuola,ex-ballerina dalla carriera interrotta presto,ha un sogno ricorrente in cui un uomo la segue per ucciderla,e a un certo punto incontra colui che sogna,e intraprende anche una relazione con lui.... Dopo gli orrori macroscopici dei film dei primi anni Ottanta,come "L'aldilà","Paura nella città dei morti viventi",e "Lo squartatore di New York" (per tacere di "Zombi 2",uscito appena prima) Lucio Fulci compì un'operazione che sconcertò molti suoi fans:girò un thriller parente di quelli di Dario Argento,sfruttando l'onda lunga delle ballerine procaci con gli scaldamuscoli e un body addosso,appena divenute alla moda con il successone di "Flashdance",però molto meno violento dei titoli sopra citati.Magari disposto a mostrare i bei corpi delle ragazze in scena,ma decisamente più soft sul lato orrorifico:protagonista la bellissima Olga Karlatos,che Fulci aveva già diretto,musiche affidate a Keith Emerson (non al suo meglio,diciamolo),ma gli incassi delusero e il regista tornò a realizzare pellicole più impressionanti.Se si chiude un occhio sulla relativa pochezza dei dialoghi,il film qua e là offre qualche goccia di suspence vagamente interessante,si lascia vedere senza allarmare nè tenere sulle spine lo spettatore sull'identità dell'assassino,fino a un certo punto della storia non facile da individuare.Però la derivazione argentiana è fin troppo esplicita,in molti recitano per modo di dire,e quanto a brividi,non se ne provano proprio.Però c'è da dire una cosa:chissà se Joe Eszterhas,nel buttare giù il copione di "Basic instinct" non abbia tenuto a mente un paio di cose viste qua,vedi l'arma dei delitti e una scena con un cassetto aperto....

PANE,AMORE E.... (I,1955)
DI DINO RISI
Con VITTORIO DE SICA,SOPHIA LOREN,Antonio Cifariello,Tina Pica.
COMMEDIA
Terzo capitolo della fortunatissima serie inaugurata da "Pane,amore e ...fantasia",vede il cambio in cabina di regia,da Luigi Comencini,più a suo agio con il "neorealismo rosa" del successore,a Dino Risi,non ancora affermatosi come regista graffiante quale è risultato nei suoi lavori più riusciti.Il maresciallo Carotenuto si trasferisce in quel di Ischia,con il proposito di non invischiarsi,al suo solito,in sbandate sentimentali con bellezze locali,ma naturalmente,ciò rimane solo una buona intenzione.L'affittuaria di una casa di proprietà di Carotenuto e del fratello parroco è la splendida pescivendola del paese,che si tiene buono il distinto proprietario dell'immobile coinvolgendolo in una sua querelle sentimentale.Il film è piacevole,rasserenante,ben recitato dal duo di protagonisti,che si lascia andare ad una scena rimasta poi nella memoria collettiva come il ballo tra loro due,con De Sica spassoso nel tentativo di tenere il passo della conturbante Sophia di rosso vestita.Peccato che sia dato uno spazio assai relativo ai comprimari,altrove preziosi,come Mario Carotenuto nel ruolo del prete consanguineo del protagonista,della Pica qui tenuta più in disparte,e che la storiella abbia il fiato abbastanza corto,e si risolva sostanzialmente in un'operazione che rischia spesso l'effetto dejà-vu.Seguirà l'ultima pellicola della serie "Pane,amore e Andalusia",che rimarcò il declinante successo delle avventure sentimentali del maresciallo.

venerdì 14 marzo 2014


SNOWPIERCER (Snowpiercer,USA/SK/CZR/F,2013)
DI JOON-HO-BONG
Con CHRIS EVANS,Kang-Ho Song,Tilda Swinton,Jamie Bell.
FANTASCIENZA
Da una graphic novel francese,un film di fantascienza senza voli nello spazio,del sottogenere,un tempo in voga,detto "fanta-apocalittico":il pianeta Terra è stato curato male,il ritrovato per debellare il surriscaldamento globale ha causato l'effetto opposto,e nel 2031,il mondo è un'unica distesa di ghiaccio.Solo un treno velocissimo rimane a testimoniare la presenza dell'umanità:progettato da un magnate della tecnologia che risiede nella locomotiva,il mezzo ospita varie fasce sociali,lasciando in fondo i reietti,costretti a una vita bestiale ma pronti a tentare la rivolta.La quale sarà guidata dal duro Curtis,che ha un piano ben elaborato per sconfiggere il braccio armato dei privilegiati dei primi vagoni:la lotta sarà cruenta e in molti cadranno,in uno scontro sempre più crudo.Prima regia internazionale per il coreano Joon Ho-Bong,"Snowpiercer" è stato un titolo molto atteso da appasionati della science fiction e dei fumetti,e si noti  che in USA il film non uscirà che in Giugno:oltre a rivelarsi un film d'azione molto riuscito,sempre attento a non perdere ritmo e a calibrare i non pochi colpi di scena,il lungometraggio diventa un'allegoria gestita con acume della natura "sbagliata" delle forme di società portate avanti dall'Uomo, non inciampa in forzature ma viaggia con forza e determinazione come i suoi ribelli.Un cast eterogeneo,con misto di razze e buona elaborazione dei caratteri,capeggiato da un Chris Evans maturato come attore,con vari volti celebri intorno,come John Hurt e Ed Harris poli opposti (fino a un certo punto...) della condizione degli ospiti del treno,si fa seguire dallo spettatore appassionandolo e tenendolo sulle spine per fare alimentare la curiosità di cosa succederà alla resa dei conti.Parallelamente a "Cosmopolis" di David Cronenberg,altra metafora "mobile",meno atta a ricercare il "genere" e più canonicamente autoriale,"Snowpiercer" si candida a diventare uno dei film di fantascienza cult di questa decade,con una sequenza da horror come la lezione pedagogica della maestrina invasata,veramente da antologia.

sabato 8 marzo 2014


DALLAS BUYERS CLUB (Dallas Buyers Club,USA 2013)
DI JEAN MARC VALLEE
Con MATTHEW MCCONAUGHEY,Jared Leto,Jennifer Garner,Steve Zahn.
DRAMMATICO
La storia del texano Ron Woodroof,buscadero (coloro che cavalcano i tori nei rodei) dedito a spassarsela a suon di festini erotici,scommesse,sbronze e tirate di coca,che si scoprì colpito da Aids proprio nell'Estate dell'85,quella in cui esplose all'attenzione dell'opinione pubblica la malattia che ha portato via milioni di persone,e per la quale non esiste una vera e propria cura,tuttora,è autentica.Una storia americana,in cui si può essere feccia e redimersi,e in cui la forza di volontà,uno dei leit motiv di sempre del cinema USA,è un elemento fondamentale.Woodroof,scacciato dalle amicizie di sempre,perchè collegato,per via del male contratto,agli ambienti omosessuali (in realtà ha preso l'Aids con un rapporto non protetto con una semisconosciuta),si sente pronunciare una condanna a soccombere all'immunodeficienza in poco tempo,ma,ostinatamente,per istinto di sopravvivenza e rabbia di voler stare ancora al mondo,si mette a contrabbandare farmaci altrimenti vietati a cittadini statunitensi che hanno il suo stesso grave problema.Ha fatto vincere l'Oscar come miglior protagonista a Matthew McConaughey questo dramma non troppo enfatico,diretto dal canadese Jean Marc Vallèe:se l'avessero detto anche quattro anni fa,che uno degli attori solitamente meno amati dalla critica,sarebbe giunto a conquistare la statuetta,sarebbe sembrato surreale.Invece,l'attore,anch'egli texano,come il personaggio che interpreta,si è guadagnato la stima di molti antichi detrattori con i ruoli di "Killer Joe" e "Magic Mike",per giungere a questa scommessa,per la quale ha perso tra i 20 e i 30 kilogrammi,presentandosi in versione ferocemente smagrita,per risultare credibile nel ruolo.E alla sua prova McConaughey aggiunge un'espressività robusta,che il suo Woodroof,pur nel progredire devastante della malattia,acquista una maggiore dignità umana,e arriva al finale quasi con serenità.Premiato anche Jared Leto per la sua prova del compagno di sventura di Woodroof,dopo qualche anno di assenza dagli schermi,a riprova che un discreto film,di suo,è stato impreziosito dalle prove degli interpreti,qui vero valore aggiunto,che dà spessore imprescindibile ad una denuncia onesta dell'assurdità del sistema sanitario americano.

giovedì 6 marzo 2014


12 ANNI SCHIAVO (12 years a slave,USA 2013)
DI STEVE MCQUEEN
Con CHIWETEL EIJOFOR,Michael Fassbender,Lupita Nyong'o,Benedict Cumberbatch.
DRAMMATICO
Se "American hustle" è il grande sconfitto della recentissima notte degli Oscar,e "Gravity",con le sue sette statuette ottenute (ma,a parte la regia,quasi tutti premi tecnici),il vincitore per la miglior pellicola è "12 anni schiavo",tratto da un romanzo autobiografico,di Solomon Northup:all'uomo,violinista afroamericano,nel 1841 capitò la sventura d'essere raggirato,rapito e venduto come schiavo.Capitato nelle mani di un mercante d'uomini cinico,il protagonista viene acquistato da un tenutario tutto sommato non crudele,il quale ha,però,sotto di sè,mezzadri vili e senza pietà,e dato che un moto di ribellione di Solomon ha messo a rischio la sua stessa esistenza,il signorotto deve cederlo ad un suo pari.Molto più spietato,toccato da una vena di follia,in perenne conflitto con la moglie,gelosa di una ragazza divenuta loro schiava.In effetti,l'uomo non sfugge ad una passione tenuta relativamente sotto controllo per la giovane donna,e le cose si complicano assai per le tensioni ribollenti tra i personaggi.Vincendo tre Oscar,tra cui miglior film e miglior sceneggiatura non originale,si può dire che il film dell'inglese McQueen,ha in effetti segnato un passo importante per la storia dell'Academy.Finora i film sul razzismo premiati da Hollywood avevano fatto discorsi validi,ma sempre sfumati,vedi "La calda notte dell'ispettore Tibbs" e "A spasso con Daisy",bocciando magari un titolo già più impegnato come "Il colore viola".La tragedia dello schiavismo,una delle vergogne occidentali più infami e difficili da seppellire,vive qui in tutta la sua ignobile dimensione:soprusi,famiglie smembrate e divise per mai più ricongiungersi,abusi di ogni tipo,schiene squarciate dalla frusta,collaborazionismo e viltà varie in nome della sopravvivenza.Perchè anche i pochi che vengono liberati,si lasciano immediatamente alle spalle l'inferno vissuto,senza il tempo,nè l'intenzione,di salutare quelli che fino a un momento prima erano compagni di disgrazia."12 anni schiavo" ha il merito,non di poco conto,di rifiutare la via facile alla commozione,di creare nello spettatore indignazione e compassione,e di non essere mai ricattatorio:l'unica scena in cui il pubblico può sentirsi spinto alle lacrime avviene nella chiusa,e neanche troppo spinta in tal senso.Del cast,ispirato e senza paura di sgradevolezze,molti i nomi noti in ruoli anche secondari (Paul Dano,Benedict Cumberbatch),o in parti brevi ma cruciali (Paul Giamatti,Brad Pitt,che del film è anche produttore),l'arrivo di un volto nuovo e interessantissimo come Lupita Nyong'o (premiata con l'Oscar) e la palma del più bravo se la giocano splendidamente Chiwetel Eijofor,finalmente alla prova con un ruolo da protagonista,che infonde nello sguardo di Solomon disperazione,voglia di sopravvivere,rabbia e mortificazione, e Michael Fassbender,alle prese con un "padrone" con frequenti scatti di follia,succube dei propri tabù e crudele all'occorrenza.Un film con impianto assai classico, che offre una crudezza di visione a tratti molto difficile da sostenere,ma meritevole degli elogi ricevuti.

mercoledì 5 marzo 2014

THE GRUDGE (The grudge,USA 2004)
DI TAKASHI SHIMIZU
Con SARAH MICHELLE GELLAR, Jason Behr, Clea Duvall, Bill Pullman.
HORROR
C'è stata una fase, subito dopo il 2000, e sull'onda degli alti incassi mondiali di "The ring" versione americana, in cui si sono presi horror di produzione asiatica, in cui spesso sono i fantasmi ad imperversare, e si sono rifatti pari pari con più soldi,nomi conosciuti, e la professionalità USA: "The grudge"( il rancore) è il remake di "Ju-on", da molti fans definito uno dei migliori film d'orrore di produzione nipponica. Sarah Michelle Gellar e Bill Pullman, che sono i nomi più celeberrimi del cast sono nel film quasi a invogliare i produttori a mettere i soldi: nell'economia del racconto, visto che sono multipli i piani narrativi per definire la maledizione della casa a Tokyo che cela presenze vendicative e fa morire di paura oppure induce al suicidio chi ha la disgrazia di capitarvi, non c'è un vero e proprio personaggio-protagonista. In molti hanno stroncato senza dubbi questo horror, che tutto sommato è decoroso, può rientrare nella fascia media per qualche buona idea visiva, anche se è vero che rubacchia molto (anche da "The ring", ma chi ha visto un pò dei film di questo filone, sa bene che ci sono temi ricorrenti quali l'acqua,le vasche da bagno,le scale...) e c'è perlomeno una scena ridicola, quella in cui la moglie di Pullman, visitata dalla Gellar per chiarirsi le idee, sta in casa di mattina in abito da sera rosso....
IL MEDICO DEI PAZZI ( I,1954)
DI MARIO MATTOLI
Con TOTO', Aldo Giuffrè,Franca Marzi,Maria Pia Casillo.
COMMEDIA
Uno dei titoli più celebri della carriera di Totò,puntualmente rieditato nelle sale di seconda e terza visione anni fa,e altrettanto riproposto dai canali televisivi per molto tempo,tratto,come "Un turco napoletano" da una commedia di Scarpetta,in cui il comico napoletano subentra in seconda battuta nella storia.Un giovanotto napoletano a Napoli fa la bella vita,sfrutta l'aiuto economico degli zii e non studia come dovrebbe per diventare dottore,ma quando i parenti benestanti decidono di fargli visita scoppia il problema,ed egli,per non far scoprire le proprie marachelle ai suoi congiunti,si inventa che la pensione in cui vive è invece riadibita a clinica per matti.Infatti il film,diretto da un collaboratore esperto di Totò come Mario Mattoli,innesca la quarta quando ha la possibilità di lasciar campo al mattatore,nella seconda parte,nella quale il comico si trova a scambiare i pensionanti per pazzi e ossessionati,scambiando comportamenti normali per disturbati.Nella prima invece la pellicola ha qualche incertezza narrativa,non scorre fluida e non diverte come altri lungometraggi con il "principe della risata":acclamata da molta critica come una delle migliori collaborazioni tra il regista e l'attore,accusa un pò il forte impianto teatrale,divenendo solo da un certo punto in poi ineffabile meccanismo da divertimento.
THE RIVER WILD-Il fiume della paura ( The river wild, USA 1994)
DI CURTIS HANSON
Con MERYL STREEP, Kevin Bacon, David Strathairn, John C.Reilly.
THRILER/AZIONE
Quando uno è sagace, può di tutto: a parte il personaggio del film, che affronta un sequestro da parte di malviventi pronti all'omicidio durante un'escursione su un fiume pieno di rapide pericolose, per fare rafting, Meryl Streep con cappellino ben piantato in testa,ginocchia scoperte e remi in pugno dimostra anche qui di essere un'interprete capace di ogni interpretazione, perfino il solitamente evitato, dagli attori più "classici", cinema d'azione. Girato da un regista che successivamente è stato scoperto "bravo" da recensori di solito poco dolci, mentre invece più o meno da sempre aveva fatto emergere di poter essere un autore popolare, e cioè da grande pubblico, ma offrendo buona qualità nei film, "The river wild" è un thriller appassionante, ben realizzato, e che tiene sul chi va là lo spettatore in diversi punti del racconto. Oltre alla Streep, notevoli le performances del cattivo Kevin Bacon, e del vulnerabile marito David Strathairn. Fluido come l'acqua del fiume su cui si svolge praticamente l'intera storia, il film può essere considerato alla stregua del primo "Arma letale" e "Trappola di cristallo", il classico action-thriller che a sorpresa coinvolge e lascia la voglia di suggerirlo a qualcuno.
PELHAM 1-2-3 Ostaggi in metropolitana( The taking of Pelham 123,USA 2009)
DI TONY SCOTT
Con DENZEL WASHINGTON, JOHN TRAVOLTA, James Gandolfini, John Turturro.
AZIONE
"Il colpo della metropolitana" è oggi considerato un piccolo classico del cinema thriller d'azione degli anni Settanta:per la verità di vero e proprio movimento il film diretto da Joseph Sargent ne offriva poco,giusto nel finale, basandosi più che altro su un gioco di tensione psicologica tra i due protagonisti Walter Matthau (molto bravo anche in queste rade parentesi "serie") e Robert Shaw. Qui, anche per via della firma che c'è dietro, Tony Scott, si ricorre più spesso ad un montaggio sincopato e a rapide accelerate da thriller urbano ultima generazione: Denzel Washington, per la quarta volta affidatosi al regista di "Revenge", e John Travolta si fronteggiano fisicamente solo nella penultima scena, ma intessono un duello via via più serrato con le proprie voci, mentre James Gandolfini e John Turturro si "accontentano" di due ruoli da caratteristi. Pur con qualche lungaggine, il film si lascia vedere volentieri,e risulta meglio di diverse prove recenti di Scott II. Tra i due contendenti ha la meglio, a livello di prova d'attore, il cattivo psicotico di John Travolta, gonfio di livore e scatti di sarcasmo incrudelito, sul personaggio positivo che ha delle macchie nel proprio passato ma alla fine torna a casa con il latte fresco dopo aver sgominato i malvagi, come gli eroi del cinema che fu.
IL PISTOLERO (The shootist, USA 1976)
DI DON SIEGEL
Con JOHN WAYNE, Lauren Bacall, James Stewart, Bill McKinney.
WESTERN
Don Siegel concede a John Wayne una bella uscita di scena,in un western crepuscolare e girato "a la maniére de" certi classici anni Cinquanta, seppure con la consapevolezza del crepuscolo delle leggende .E dire che di grandi leggende viventi, in questo film ce ne sono,segnati dagli anni, almeno tre:oltre a Wayne, anche Lauren Bacall e James Stewart.L'interprete che rappresenta il western più archetipico,l'eroe duro e risolutore di Hawks, Ford e altri ancora ha l'occasione, che non perde, per una prova molto elegante e sincera, dato che il suo personaggio è avviato alla fine, come lui nella fase delle riprese, ammalato proprio come nella vita vera.E la "secca" sparatoria nel saloon chiuso, di giorno, è una bell'idea cinematografica, che risolve la trama con efficacia e in maniera asciutta.Una delle più belle prove d'attore per John Wayne, diretto da un regista che troppo tardi hanno cominciato a chiamare autore.

lunedì 3 marzo 2014

MARIA'S LOVERS ( Maria's lovers, USA 1984)
DI ANDREJ KONCHALOVSKIJ
Con NASTASSJA KINSKI, John Savage, Robert Mitchum, Keith Carradine.
DRAMMATICOTransfuga dal cinema russo degli anni Sessanta, di cui fu uno dei nomi più noti e apprezzati, Andrei Konchalovskij, fratello di Nikita Mikhalkov, approdò a Hollywood, e in un pugno di anni realizzò tre lungometraggi, progressivamente sempre più lontani dal tipo di film con cui si era reso famoso, fino addirittura a mettere la firma sull' "insolito" "Tango & Cash" che vedeva l'abbinamento Stallone-Russell. Qui siamo dalle parti del melò duro e puro, ambientato negli anni della II Guerra Mondiale, su una giovane coppia che si ama, ma che non riesce a consumare il matrimonio, soprattutto per via delle turbe che l'uomo si porta dietro dopo gli orrori visti al fronte: il nodo di "Maria's lovers", è capire se la sposina sia di facili costumi o non possa far sfuggire la propria sensualità naturale alle intrusioni di altri , padre del marito compreso ( un Mitchum di consumata abilità attoriale) perchè così vanno le cose. Non riuscitissimo, anche se è apprezzabile la capacità di non far scadere una trama così in un facile moralismo o in un altrettanto semplice sfogo di smania pruriginosa ( Tinto Brass ne avrebbe fatto un film dei suoi con i fiocchi), questo lungometraggio è di quelli che lasciano insoddisfatti, perchè si nota la mano di un regista bravo, la più che dignitosa resa degli interpreti, ma non si coinvolge mai emotivamente lo spettatore, e per una storia che parla di sensi e sentimenti non è esattamente quello che ci vuole.
L'AEREO PIU' PAZZO DEL MONDO ( Airplane!, USA 1980)
DI DAVID e JERRY ZUCKER,JIM ABRAHAMS
Con ROBERT HAYS, JULIE HAGERTY, Lloyd Bridges, Peter Graves.
COMICO
Nelle grandi parodie del cinema che prende in giro se stesso e i suoi titoli più famosi, un posto d'onore spetta senz'altro a "L'aereo piu'pazzo del mondo", sequela ininterrotta di gags divertentissime, ideata dal trio Abrahams, Zucker & Zucker, che sfotte allegramente la serie miliardaria "Airport".Gran successo dappertutto, il film mette in ridicolo le prodezze eroistiche viste nella saga cominciata nel '70 con il kolossal interpretato da Dean Martin e Burt Lancaster: da mito le scene del panico sull'aereoplano, l'umorismo surreal-demenziale di cui è composta la sceneggiatura.A tutt'oggi, uno dei migliori del genere.
ATTO DI FORZA ( Total recall, USA 1990)
DI PAUL VERHOEVEN
Con ARNOLD SCHWARZENEGGER, Rachel Ticotin, Sharon Stone, Ronny Cox.
FANTASCIENZA
"Atto di forza"(brutto titolo per sostituire il più azzeccato "Total recall") si snoda in un intreccio notevolmente complesso per essere un film da grandi incassi(ai tempi uno dei più costosi della storia del cinema): i colpi di scena si susseguono a velocità sostenuta, le trovate sceniche sono innumerevoli, gli effetti speciali strabilianti.Ricorda un pò nella trama "I 3 giorni del Condor", ma velocizzato e ambientato in una specie di luna park cosmico.Ineccepile dal lato visuale, il film è forse un pò troppo violento,anche se questo è il marchio di Paul Verhoeven:di alto livello spettacolare,porta a riflettere su alcune cose.Strano,infatti, che un film con Schwarzenegger,notoriamente uomo di destra e repubblicano, si riferisca al neocolonialismo americano, e alla CIA come sicari prezzolati dal governo.Marte è forse il Sudamerica, la CIA ieri come domani è agente di disturbo e non si fa scrupoli a compiere eccidi pur di mantenere l'ordine imposto.Un film roboante, pieno di uccisioni, esplosioni e inseguimenti, ma interessante per la metafora sotterranea che è il suo vero scopo.
THE TRUMAN SHOW( The Truman show, USA 1998)
DI PETER WEIR
Con JIM CARREY, Ed Harris, Laura Linney,Natasha McElhone.
DRAMMATICO/COMMEDIA
Un caso su cui si dibattè molto, un'allegoria che in realtà anticipava molte cose che sarebbero venute(ma ancor più drammaticamente lo aveva preceduto "La morte in diretta" di Tavernier), l'essere umano sotto lo sguardo registrante delle telecamere e tutta la vita condizionata dalla televisione:"The Truman Show" fu tutto questo, un campione di incassi mondiale, e un momento alto sia della carriera di Jim Carrey che di quella di Peter Weir. Il dramma della vita di Truman è che la sua è una non-vita:tutta una finzione ordita da un regista ambiziosissimo,folle, potente, che si è arrogato la possibilità di prendere un bambino e collocarlo in una località finta, con persone che recitano una parte, perfino farlo sposare quando sia cresciuto, e mandare avanti la manfrina, seguita sui canali tv di tutto il mondo, per trent'anni, con la benedizione degli sponsor e dell'audience. Basato su un'utopia all'incontrario, il film di Weir possiede una forza a tutt'oggi notevole di apologo su una società che ambisce a raccontarsi sensibile ai buoni sentimenti in una chiave del tutto edificante mentre contemporaneamente rafforza la propria natura opposta, impietosa e lontana dall'essere "a misura d'uomo". Jim Carrey è un protagonista azzeccatissimo nel dipingere la monotona positività di Truman, che via via accorgendosi di di cose che non quadrano, ed aiutato da un'attrice ribelle si metterà sulla strada della verità e tenterà una lotta epica contro un Potere che non intende farlo uscire dal redditizio guscio,ampio quanto si vuole ma sempre infine restrittivo, per affrontare la realtà. Dotato di un'ironia grintosa, il film lo dimostra una volta di più nell'ultima scena, in cui i telespettatori,dopo aver già assorbito la fine del trentennale reality che li teneva avvinti allo schermo passano bruscamente ad altro.
IL CAIMANO ( I 2006 )
DI NANNI MORETTI
Con SILVIO ORLANDO , Margherita Buy, Jasmine Trinca, Nanni Moretti.
GROTTESCO/ DRAMMATICO















Atteso come il titolo italiano più importante del 2006, al punto che qualcuno si è addirittura chiesto se fosse pertinente farlo uscire prima delle passate elezioni politiche, "Il caimano" segna il ritorno alla regia per Nanni Moretti dopo la straordinaria affermazione, inclusi successo internazionale e palma d'Oro per il bellissimo "La stanza del figlio". E' risaputo, fulcro del decimo lavoro morettiano è la figura di Silvio Berlusconi, di cui lo stesso autore, che tra l'altro appare per poco nella pellicola,afferma , nei panni di un attore famoso che nicchia per interpretarlo in un film nel film, che comunque il patron di Mediaset ha inciso sull'Italia perchè ne ha stravolto mentalità e profilo, che lo si avversi o appoggi ; nell'inquietante finale, Nanni Moretti, impersonando un Caimano che si allontana dal tribunale che lo ha condannato, con alle spalle fuochi di rivolta reazionaria, lancia un proclama-summa di vent'anni di berlusconismo, politico e non. Costruendo in parallelo la storia di un produttore di film di serie B in crisi esistenzial-professionale, con la vita a pezzi, interpretato in modo coinvolgente da un Silvio Orlando all'apice della maturità d'attore, Moretti tesse un racconto metaforico di effetti di potere e conseguenze di una conformizzazione italica, una berlusconizzazione intesa come adeguamento a standard, a "come si deve essere", che qua e là concede qualche risata amareggiante, più spesso lascia il tempo di pensieri aspri. Politicamente, "Il caimano", dice cose che ,come viene affermato nel film, chi voleva capire sa già, e chi non ha voluto si è adeguato e ha fatto il resto: nella scena della gelateria, in cui il personaggio di Orlando viene fatto sentire ancor più escluso, perchè non ce la fa a rispondere alle regole di questo conformismo a zanne sorridenti, e per questo "non degno" neanche di poter acquistare una vaschetta di gelato, emerge un elogio dei perdenti, o semplicemente di chi non riesce a farcela, lancinante e acuto.
ORIZZONTI DI GLORIA ( Paths of glory, USA 1957)
DI STANLEY KUBRICK
Con KIRK DOUGLAS , Adolphe Menjou, Ralph Meeker, George Macready.
DRAMMATICO
Il buonsenso in un contesto militare è spesso visto con diffidenza, e un idealista è votato a una probabile sconfitta.Uno dei piu'bei film in assoluto sulla guerra, vietato tra l'altro in Francia fino al 1975, è anche uno dei maggiori titoli di Stanley Kubrick, cineasta "capolavorista" per eccellenza. Il colonnello Dax, è un alto ufficiale che conserva ancora un'umanità in grado di consentirgli indignazione e rabbia contro i papaveri dell'esercito che conducono al massacro i soldati con la facilita'con cui si infilano i pantaloni, il processo, inutile e con sentenza praticamente gia'espressa, ha la bellezza visiva di una partita a scacchi : e il carrello,splendido, dei condannati verso la fucilazione, è una sfida all'occhio dello spettatore a non bagnarsi di lacrime. Si è discusso molto del pessimismo, e della mancanza di fiducia del grande Stanley nell'Uomo :"Orizzonti di gloria" è un lavoro che ribalta in un certo senso questa opinione comune. Infatti, a fronte del crudele pragmatismo dei generali, delle vigliaccherie tra commilitoni, e della disumanizzazione dei soldati, che culminano con la sdegnata protesta di Dax verso il superiore che ha ordito la fucilazione di tre soldati presi a caso (uno praticamente in coma) , spicca la scena in cui la ragazza tedesca intona una canzone popolare di fronte a un locale pieno di fanti francesi che la insultano e la deridono. In questa sequenza di grande coraggio morale, Kubrick pare voler dire che qualcosa lega tutti gli uomini, e che ci deve essere qualcosa di buono in loro, a creare un senso profondo alla nostra umanità, e al nostro vivere, che stemperi l'amarezza soffocante che talvolta , davanti a certe cose, ci opprime il cuore.
THE BLUES BROTHERS( The Blues Brothers, USA 1980)
DI JOHN LANDIS
Con JOHN BELUSHI, DAN AYKROYD, Scatman Crothers, Carrie Fisher.
COMMEDIA

Jake ed Elwood Blues procedono a rotta di collo portando un caos anarchico a suon di rythm and blue's sulle strade di un'America variopinta e un po'conformista,sfasciando il possibile e facendosi beffe di chi si prende troppo sul serio:eppure anche loro non concedono un mezzo sorriso,la loro mise li accomuna a uomini dell'FBI,e li inseguono neonazisti dell'illinois,una sposa infuriata,squadre speciali del governo,polizia,cowboys musicisti e chi piu'ne ha piu'ne metta.La loro missione li chiama,e devono organizzare un concerto storico per mettere insieme i soldi utili a salvare l'orfanatrofio dove sono stati cresciuti.John Landis e 'al suo capolavoro:due ore di divertimento e gags memorabili,una colonna sonora straordinaria,tra i piu'begli assemblamenti di canzoni di tutti i tempi,Belushi e Aykroyd divenuti poi due icone dell'immaginario collettivo, un'irrisione onesta e anarcoide dell'anima piu'retrograda della societa',uno sberleffo continuo all'ordine costituito.Tante le scene da ricordare,una per tutte:il concerto dietro la rete da pollaio col tema di "Rawhide" e le bottiglie che si schiantano davanti ai fratelli Blues,con un pubblico sempre piu'coinvolto.Un film,un mito inossidabile.
LE VERITA' NASCOSTE What lies beneath, USA 2000)
DI ROBERT ZEMECKIS
Con MICHELLE PFEIFFER, HARRISON FORD, James Remar, Diana Scarwid.
FANTASTICO/THRILLER
Certo che due star come Michelle Pfeiffer e Harrison Ford dirette da un regista di talento come Robert Zemeckis attraggono chi ama il cinema, e un film che riunisce questi tre nomi invoglia alla visione.Però che fare se ci si basa su una sceneggiatura macchinosa, a tratti irrisolta e in gran parte prevedibile?? L' idea di mettere un Eroe per tradizione come Ford in un ruolo di malvagio, subdolo e crudele è senz'altro ammirevole: ed è brava la Pfeiffer ad addossarsi in gran parte il tempo della proiezione. Solo che viene da chiedersi : perchè montare quella sottotrama del possibile delitto della porta accanto che si porta via un terza di pellicola e si risolve in una nuvola di fumo, e perchè non arricchire il personaggio del protagonista maschile di ulteriori sfumature che lascino ancor più lo spettatore titubante sulla sua vera natura?Peccato, perchè in alcuni momenti si ha l' impressione di assistere a un thriller di alta scuola,e invece niente più di una lussuosa confezione per un diligente intrattenimento ben impacchettato, ma condito poco.
RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A RITROVARE L'AMICO MISTERIOSAMENTE SCOMPARSO IN AFRICA?( I, 1968)
DI ETTORE SCOLA
Con ALBERTO SORDI, Nino Manfredi, Bernard Blier, Erika Blanc.
COMMEDIA
L'ispirazione viene enunciata da Ettore Scola già nei titoli di testa,venuta da quei classici avventurosi alla Salgari, con gesta eroiche in luoghi esotici e perigliosi: più appropriatamente,qui si tratta di un editore romano un pò stufo degli agi della vita borghese, che va a cercare il cognato sparito in Africa,accompagnato da un fido ragioniere.Gli incontri e le peripezie riscontrati dai due sono numerosi,fino al ritrovamento del ricercato, con un finale non proprio previsto...Il film soffre qualche lungaggine, ma è ben scritto,spassoso,e omaggia degnamente,pur parodiandolo,il genere preso a modello:Scola lavora molto sui dialoghi, e sull'elaborazione dei personaggi.Sordi e Blier sono una coppia affiatata e ben combinata,Nino Manfredi("Aridanga che merompa licuiunga...") dà una partecipazione breve ma molto incisiva: la scena più bella è quella della rissa a tre con i due "esploratori" che si azzuffano con un tracotante portoghese, e il finale è un evidente invito alla coerenza delle proprie idee. Come dice appunto il personaggio di Sordi in chiusura,"Io non ho le idee chiare...". Un piccolo classico della commedia italiana.
I MERCENARI-THE EXPENDABLES (The expendables,USA 2010)
DI SYLVESTER STALLONE
Con SYLVESTER STALLONE, JASON STATHAM, Jet Li, Eric Roberts.
AZIONE
Il doppio centro degli ultimi capitoli di "Rocky" e "Rambo" hanno riossigenato la carriera di Sylvester Stallone, il quale,dopo aver intelligentemente rinunciato ad un inutile prosieguo delle avventure dell'ex-Berretto Verde appena tornato in patria dall'Asia, si è messo ad organizzare questo film corale,la cui idea di base è richiamare in servizio molte star del cinema d'azione "tout court".Ai no di alcuni "divi" del genere,come Kurt Russell,Steven Seagal,e Jean-Claude Van Damme sono tuttavia corrisposte le presenze di Jet Li,Dolph Lundgren,Jason Statham e i cameo brevi ma intensi di Mickey Rourke, Bruce Willis e l'eterno "finto rivale" stalloniano, Arnold Schwarzenegger. A livello di regia, difficile non ammettere che Stallone non sia migliorato,e lo aveva dimostrato (anche meglio)nei due film sopra citati. Certo,esageratissime le sequenze d'azione,con sei bravacci che sgominano e trucidano un'armata di soldati nemici, i dialoghi,se si esclude il confronto tra Stallone e Rourke a due terzi di lungometraggio, sono relativamente importanti,e il film in se stesso è un nettissimo omaggio a quel cinema action che ha lanciato questi personaggi,con un concetto di giustizia molto "pratico" e i cattivi che fanno una fine indescrivibilmente sanguinosa. Però la vena anarcoide che pulsa da sempre in Sly emerge, e "The expendables",nella sua conclamata natura di intrattenimento violento puro, non è tenero con gli intrallazzi della Cia nei paesi del Terzo Mondo,la quale, quando trova qualcosa per cui nemmeno gli uomini che la compongono riescano a ritenere digeribile, usufruisce di queste figure,senza nome,senza storia, capaci di portare a compimento missioni suicide,nè più,nè meno dei fanatici kamikaze allevati da Al Qaeda e organizzazioni varie. Non poco per una pellicola ritenuta un vero "popcorn movie" e niente più.
TALK RADIO ( Talk Radio, USA 1988)
DI OLIVER STONE
Con ERIC BOGOSIAN, Leslie Hope, Ellen Greene, Alec Baldwin.
DRAMMATICO

Tratto dal dramma teatrale omonimo, dello stesso Eric Bogosian,"Talk radio" lascia che questa sua caratteristica si noti eccome, dando al tempo i presupposti per una splendida prova registica di Stone:girato in economia, interpretato in modo eccezionale in primo luogo da Bogosian, è l'esempio di un cinema critico verso una societa'senza ideali, e l'inedita violenza verbale cui sottopone lo spettatore è una vivida espressione dell'amarezza di fondo di tutto il cinema dell'autore di "Platoon".Il protagonista Barry Champlain dà addosso a tutti,neonazisti, patrioti ossessivi, depressi comuni, razzisti, in un crescendo di angosciosa tensione psicologica, fino a quando non esplode in un risentito sfogo per la nausea verso l'ottusità e l'assurdità dei suoi ascoltatori.E Oliver Stone il suo protagonista lo inquadra da tutte le prospettive, ne registra sconforti ed esaltazioni, furori e disperazione, avvalendosi anche dell'ambientazione, per buona parte claustrofobicamente concentrata nello studio radiofonico.Una testimonianza ferma, un film purtroppo non molto noto, e realizzato con molta passione.
L'AMICO DI FAMIGLIA ( I, 2006)
DI PAOLO SORRENTINO
Con GIACOMO RIZZO, Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio, Clara Bindi.
GROTTESCO

Prima del trionfo internazionale de "Il divo" e dopo i David di Donatello di "Le conseguenze dell'amore", Paolo Sorrentino girò questo film non così premiato, e dai più considerato un titolo di passaggio, come capita a volte nella carriera di un regista. Non so quanto questa collocazione sia vera, perchè "L'amico di famiglia" è invece un lavoro vistosamente elaborato, in cui è stato profuso impegno, e si è voluto fare un discorso su quanto è brutta parecchia Italia di oggi, e di come siamo peggiorati, tutto sommato, noi abitanti: la grettezza ci ha invaso l'immaginario, la gente parla quasi esclusivamente di soldi e costi, un usuraio squallido e repellente come il Geremia de Geremei protagonista della pellicola è una figura consueta, e se lui umanamente fa senso, non è che intorno abbia questa bella fauna . Lo stile di Sorrentino è elegantissimo, le riprese ingegnose, però il meglio del suo cinema è quando può spingere a tutta forza il pedale del grottesco a tutti i costi, bucando più a fondo di quando imposta la parte drammatica del racconto. Se Laura Chiatti, dalla bellezza glaciale ma rovente, ricorda una giovanissima Virna Lisi, Bentivoglio presta una maschera sorniona a un personaggio più raffinato di quanto non voglia far sembrare, la rivelazione è il caratterista Giacomo Rizzo, ogni tanto piccola apparizione in cinema di serie A, più spesso sfruttato in commediacce di Pierino & C., in una interpretazione straordinaria , curatissima nei dettagli ( le ossessioni del patetico Geremia, quel sacchetto penzolante, il gesso fisso al braccio, i cioccolatini sempre in bocca) e stordente per come coniuga enunciata laidezza e fuggevoli barlumi di tristezza che fanno provare compassione per il personaggio, nonostante tutto.

NEBRASKA (Nebraska,USA 2013)
DI ALEXANDER PAYNE
Con BRUCE DERN,WILL FORTE ,June Squibb,Stacy Keach.
DRAMMATICO
Il vecchio Woody cammina con andatura affaticata,il corpo piegato,le mani spesso in tasca,e i suoi discorsi oscillano tra i vaneggiamenti veri e propri,e squarci di verità talmente diretta che spiazzano,o inteneriscono:vaga,ostinato come un asino e come tale animale capace di subire il peso dell'altrui cattiveria facendosene un semplice fardello e tirando avanti."Nebraska" vede un padre anziano e esausto e un figlio quarantenne alle prese con problemi sentimentali e anche lavorativi unirsi in una ricerca assurda:un premio di un milione di dollari che in realtà non c'è,uno di quei concorsi che arrivano per posta e dicono "Hai vinto,se...." per semplicemente far acquistare articoli di nessuna utilità.Il viaggio,dal Montana allo stato del titolo è intriso di amarezze,perchè il micromondo da cui provengono Woody e sua moglie è una provincia proletaria piena di persone grette e avide,che falsamente,familiari compresi,mostrano cordialità,ma solo perchè la crisi in atto ha spinto tutti verso la miseria,e ognuno accampa crediti che non esistono.Il cinema di Alexander Payne guarda a chi sta a lato del Sogno Americano,alle persone ordinarie che solitamente conoscono sconfitte e raramente qualche soddisfazione,ma chi viene seguito come protagonista riesce a far valere un minimo di dignità che lo eleva sul resto.E così,di fronte alla incipiente e miseranda volgarità d'animo di tanti membri della comunità,alla rustica mancanza di sensibilità della donna divenuta moglie di Woody e madre di David,appena appena meglio del resto,ma non meno "pratica",si simpatizza per una coppia di "normali",più puri di cuore e comunque meno cinici di quel che li circonda,e il racconto concede una sorta di giro d'onore al vecchio Woody nel prefinale.Regia asciutta,misto d'attori professionisti e non,con un Bruce Dern splendido nelle tirate ruvide e nell'innocenza dello sguardo,giustamente vincitore del premio a Cannes,nell'ultima edizione,quale miglior interprete,e un Will Forte che asseconda efficacemente il disegno della regia,mostrando un sostanziale,crescente sgomento,di fronte ad un'ottusità stolida e quasi orgogliosa di sè.E un racconto d'America di periferia che lentamente avvolge lo spettatore,con lineare determinazione.