lunedì 3 marzo 2014


NEBRASKA (Nebraska,USA 2013)
DI ALEXANDER PAYNE
Con BRUCE DERN,WILL FORTE ,June Squibb,Stacy Keach.
DRAMMATICO
Il vecchio Woody cammina con andatura affaticata,il corpo piegato,le mani spesso in tasca,e i suoi discorsi oscillano tra i vaneggiamenti veri e propri,e squarci di verità talmente diretta che spiazzano,o inteneriscono:vaga,ostinato come un asino e come tale animale capace di subire il peso dell'altrui cattiveria facendosene un semplice fardello e tirando avanti."Nebraska" vede un padre anziano e esausto e un figlio quarantenne alle prese con problemi sentimentali e anche lavorativi unirsi in una ricerca assurda:un premio di un milione di dollari che in realtà non c'è,uno di quei concorsi che arrivano per posta e dicono "Hai vinto,se...." per semplicemente far acquistare articoli di nessuna utilità.Il viaggio,dal Montana allo stato del titolo è intriso di amarezze,perchè il micromondo da cui provengono Woody e sua moglie è una provincia proletaria piena di persone grette e avide,che falsamente,familiari compresi,mostrano cordialità,ma solo perchè la crisi in atto ha spinto tutti verso la miseria,e ognuno accampa crediti che non esistono.Il cinema di Alexander Payne guarda a chi sta a lato del Sogno Americano,alle persone ordinarie che solitamente conoscono sconfitte e raramente qualche soddisfazione,ma chi viene seguito come protagonista riesce a far valere un minimo di dignità che lo eleva sul resto.E così,di fronte alla incipiente e miseranda volgarità d'animo di tanti membri della comunità,alla rustica mancanza di sensibilità della donna divenuta moglie di Woody e madre di David,appena appena meglio del resto,ma non meno "pratica",si simpatizza per una coppia di "normali",più puri di cuore e comunque meno cinici di quel che li circonda,e il racconto concede una sorta di giro d'onore al vecchio Woody nel prefinale.Regia asciutta,misto d'attori professionisti e non,con un Bruce Dern splendido nelle tirate ruvide e nell'innocenza dello sguardo,giustamente vincitore del premio a Cannes,nell'ultima edizione,quale miglior interprete,e un Will Forte che asseconda efficacemente il disegno della regia,mostrando un sostanziale,crescente sgomento,di fronte ad un'ottusità stolida e quasi orgogliosa di sè.E un racconto d'America di periferia che lentamente avvolge lo spettatore,con lineare determinazione.

venerdì 28 febbraio 2014


SOTTO UNA BUONA STELLA (I,2014)
DI CARLO VERDONE
Con CARLO VERDONE,PAOLA CORTELLESI, Tea Falco,Lorenzo Richelmy.
COMMEDIA
I film di Carlo Verdone,solitamente premiati al botteghino,a parte un paio di rarissime eccezioni,si possono dividere,un pò grossolanamente,in tre categorie:ci sono i film verdoniani di cui si tramandano da anni e anni le battute,perchè più giocati sulla leggerezza e sui giochi di parole,quelli in qualche modo di transizione,meno memorabili di altre sue pellicole (ci mettiamo "Il bambino e il poliziotto","Grande,grosso e Verdone",e "C'era un cinese in coma",per esempio),e quelli che approcciano tematiche più serie,ma in qualche modo non centrano l'obiettivo e rimangono a metà strada tra il film riuscito e l'ambizione non realizzata."Sotto una buona stella" forse fa parte di quest'ultima categoria.E' vero che Verdone è rimasto tra i non molti,in Italia,a cercare un equilibrio tra cinema dai potenziali ottimi incassi e un occhio alle problematiche più consistenti:ne è prova il piuttosto riuscito "Posti in piedi il paradiso",e qui gli accenni a disoccupazione,crisi di sistema e di collocazione anche delle varie generazioni,ci sono.Si sorride,ma non spesso,e il gioco d'attori tra Verdone e Paola Cortellesi è più volte uno dei punti di forza del lungometraggio:però,ad essere onesti,non si può dire che "Sotto una buona stella" rimarrà come uno dei lavori migliori del regista e attore romano.C'è un pressapochismo,nel descrivere la situazione ingarbugliata della famiglia disfunzionale protagonista,insolita,per la cinematografia di Verdone,e anche la recitazione di più interpreti non è proprio impeccabile(Tea Falco,che ci era piaciuta in "Io e te",qua delude alquanto).Inoltre,si approda al finale con una sensazione di tirato via che non fa bene all'intera pellicola:e spiace dire questo,perchè le intenzioni erano buonissime,è apprezzabile il voler portare il discorso su argomenti come quelli sopra citati.Ma in una casa che sembra il set di una normale sitcom della tv generalista,con una sala centrale che fa da teatro a buona parte del racconto,dei disoccupati che non si curano granchè di cercare occupazione,e conducono comunque una vita non propriamente al risparmio,cercare tracce di oggettiva verità non è semplice,e il filmetto non è sgradevole,ma non dice grandi cose.

giovedì 27 febbraio 2014


THRILLING (I,1965)
DI ETTORE SCOLA,GIAN LUIGI POLIDORO,CARLO LIZZANI
Con NINO MANFREDI,ALBERTO SORDI,WALTER CHIARI,SYLVA KOSCINA.
Nel primo episodio,Nino Manfredi viene salvato dall'annegamento ma accusa la moglie di tramare per mandarlo al Creatore,a più riprese;nel secondo,Walter Chiari  ha debiti a destra e a manca e per ravvivare il rapporto con la moglie si veste da criminale in stile "Diabolik";nel terzo,Alberto Sordi raccoglie un autostoppista poco rassicurante,e per sfuggirgli si rifugia in un casolare abitato da una strana e ancor più inquietante famiglia... Film a episodi come questo,tra fine anni Cinquanta e metà anni Settanta,ne sono stati fatti a iosa,coinvolgendo registi d'ogni caratura e attori di varia fama,per la gioia di soggettisti e sceneggiatori che magari trovavano il modo di far vedere la luce dei proiettori a trame che non avevano il respiro di un lungometraggio,ma erano tuttavia spendibili in prodotti e progetti atti a portare il pubblico nelle sale.Di questo,che ironizza sul cinema di suspence,il primo episodio è annacquato,nonostante un discreto Manfredi impegnato a risultare petulante,neanche il finale tragicomico lo rende incisivo,quello centrale,piuttosto breve,con Chiari,è abbastanza inutile e corrivo.Discorso a parte per l'episodio conclusivo,diretto da un Lizzani in vena di leggerezza,ma anche di sottile crudeltà,in cui un cialtrone,guidatore della domenica,impersonato con abile stolidità da Alberto Sordi,finisce,poveraccio,nelle grinfie di una famiglia di psicopatici,anticipando il disegno maligno che porterà il pittore Lino Capolicchio nelle fauci di chi uccide gli abitanti di un paesello in "La casa dalle finestre che ridono".C'è la vis comica sordiana,ma emerge anche una dimensione vagamente inquietante che aumenta il valore del segmento,di gran lunga superiore al livello d'insieme delle altre frazioni della pellicola.

domenica 23 febbraio 2014


THE MONUMENTS MEN (The monuments men,USA 2014)
DI GEORGE CLOONEY
Con GEORGE CLOONEY,MATT DAMON,Bill Murray,John Goodman.
DRAMMATICO
Lo spunto è preso dal vero:per proteggere molti capolavori depredati dai nazisti e condannati alla distruzione o a esser trafugati venne formato un team di studiosi che agirono come fossero stati membri di un corpo speciale,per rintracciare e recuperare opere altrimenti mal destinate.Il cinema di George Clooney da regista segue un percorso autoriale non banale,magari discontinuo a livello qualitativo,ma è sempre evidente che il divo sia di una certa intelligenza,dotato di un'ironia consistente,e che ami i classici per rivisitarli a modo suo."The monuments men" ha un cast molto ben combinato,da Clooney stesso a Matt Damon,con Bill Murray,John Goodman,Jean Dujardin,Cate Blanchett,Bob Balaban nei ruoli principali,una buona qualità della messa in scena con un uso non dozzinale di costumi,scenografie e ricostruzione storica,però quel che rende questo lungometraggio più valido nelle intenzioni che nella realizzazione finale,è un senso di superficialità che permea tutto il film irrimediabilmente.Intendiamoci,è un lavoro discreto,oltretutto meritevole di interesse per il messaggio che lancia,e la sensibilità con cui guarda ad alcune delle cose migliori prodotte dall'Umanità,le opere d'arte.Però il racconto è un pò sommario,la disinvoltura con cui gli eroi attraversano un'Europa dilaniata dal conflitto mondiale è un pò eccessiva,e il tono dell'operazione è un misto fin troppo manifesto di "Ocean's Eleven","Quella sporca dozzina" in versione soft,e "I guerrieri".Tra i film diretti da George Clooney,assieme a "In amore niente regole" è quello meno convincente, e tuttavia motivi di interesse ne presentava eccome.Solo,non sempre le buone intenzioni fanno da sole un film riuscito.

sabato 22 febbraio 2014


LAST VEGAS (Last Vegas,USA 2013)
DI JOHN TURTELTAUB
Con MICHAEL DOUGLAS,ROBERT DE NIRO,MORGAN FREEMAN,KEVIN KLINE.
COMMEDIA
Per l'addio al celibato di quello più mondano del gruppo,quattro amici alle soglie della settantina,uniti dall'infanzia,si concedono un fine settimana a Las Vegas,in cui problemi di salute,vecchie ruggini e malesseri dovrebbero essere cancellati per qualche giorno:c'è quello che è "autorizzato" dalla moglie a darsi alle follie,con profilattico in dono annesso,c'è uno che è malato di cuore e non dovrebbe sdarsi,con figlio ansiosissimo che lo controlla,c'è uno che è vedovo da poco e con il promesso "sposino" ha un pò di attriti,perchè è rimasto deluso.In tre giorni ci sarà tempo di vivere qualche avventura,e di confrontarsi per provare a rinsaldare la vecchia amicizia.Per certi versi è toccante vedere i grandi nomi che tra i Settanta e i tardi anni Novanta hanno fatto saltare il banco al box-office,continuano a sgomitare,e fare gruppo,illuminando i casting di accoppiate,e a volte,come in questo caso,veri e propri gruppi di star un tempo impensabili o quasi,insieme in cartellone.Però il tempo scorre,c'è poco da fare,e magari un copione non imprescindibile non aiuta,anche se la classe dei grandi interpreti,abbinata alla sicurezza del mestiere,può ovviare a tante imperfezioni.Certo,John Turteltaub,che comunque può vantare diversi titoli dai buoni incassi,è un "professional" affidabile per gli studios,un regista senza grande personalità,però abituato a lavorare con le star che solitamente conduce in porto,senza grandi impennate,le operazioni che gli vengono affidate:ecco,tutto sommato "Last Vegas" è una commediola non irresistibile,qua e là gradevole,ma gli manca un minimo morso di cattiveria,di sarcasmo,che sarebbero stati invece efficaci.E invece,soprattutto verso il finale,le spruzzate di melassoso buonismo non mancano di certo:nel cast,serviti così così Freeman e Kline,in sostanza nei ruoli "laterali",e se a De Niro tocca la parte del sentimentale della banda,è Douglas il vero protagonista della storia,con un personaggio meno superficiale di come voglia apparire.Tra i quattro leoni,però,quella che ne esce meglio è la signora Mary Steenburgen,che presta  un misto di disincanto e serenità alla sua cantante di club regolarmente vuoto,che la fa brillare e risultare migliore del film stesso.

lunedì 17 febbraio 2014



CITTA' VIOLENTA (I,1970)
DI SERGIO SOLLIMA
Con CHARLES BRONSON,Jill Ireland,Telly Savalas,Umberto Orsini.
NOIR
Il duro Jeff ha una bella donna accanto,una barca sulla quale solca un mare azzurro,e un fisico prestante.Però è anche un killer che ha preferito fare altro,ritirarsi per godersi la vita,ma i giochi di pezzi grossi che lo incastrano,gli fanno perdere tutto.Come ogni buon noir comanda,il protagonista affronta un calvario per tornare libero,anche se a quel punto non è che a metà delle proprie peripezie,e ogni scoperta sarà amara:diretto da Sergio Sollima,di cui qualche anno dopo si sarebbe apprezzato il "Sandokan" televisivo,"Città violenta" è un thriller non eccelso nella trama,ben girato nelle scene d'azione,con uno schema di tradimenti come fossero matrioske.Ogni atto infame ne maschera un altro,a sua volta ancora più opportunista e vile.Logico che il baffuto sicario abbia una morale personale,e che,pur soffrendo sul proprio lato vulnerabile,la bionda dal fisico scolpito Jill Ireland (signora Bronson anche nella realtà),arriverà al finale scegliendo,coerentemente, di non imboccare la via della salvezza,e pur trovando la propria vendetta,farà in modo di compiere il proprio arco tragico.Bronson è,a modo suo,un interprete che adottava il metodo dell'understatement per tratteggiare i propri uomini dall'espressione di roccia,e mantiene l'appeal da scafato hard guy che i suoi fans amavano nonostante qualche lentezza della trama,ed è piuttosto efficace il resto del cast,dal ridente Telly Savalas al mellifluo Umberto Orsini.Notevoli gli inseguimenti in auto,ed un finale con spari non udibili ma ugualmente inesorabili.

QUEL TRENO PER YUMA (3:10 to Yuma,USA 1957)
DI DELMER DAVES
Con GLENN FORD,VAN HEFLIN,Felicia Farr,Leora Dana.
WESTERN 
Da sempre uno degli western classici più amati dagli appassionati del genere,ma anche di cinema in generale,"3:10 to Yuma" ha conosciuto un remake pochi anni or sono,con due star del calibro di Russell Crowe e Christian Bale ad interpretare i personaggi portati qua sullo schermo da Glenn Ford e Van Heflin,con finale cambiato,non di poco,nella nuova versione.Il fuorilegge Ben Wade a confronto con l'onestissimo e coraggioso Dan Evans,che per sfamare la propria famiglia si accolla il rischio di portare il bandito,catturato da poco,in carcere a Yuma,ma c'è un treno che deve essere aspettato,e chiaramente i complici di Wade non lasceranno alcuna mossa intentata.Apparentato a ragione con "Mezzogiorno di fuoco",ha in comune con il capolavoro di Zinnemann un'indicazione di tempo e spazio ristretti,l'eroe che si prende una responsabilità per il bene della comunità,aiutato poco o niente dagli altri componenti della medesima,gli umani dubbi che attraversano il personaggio positivo,e la paura sconfitta con il senso del dovere,e una  canzone di Frankie Laine.Delmer Daves sfrutta bene gli interni,senza dimenticare di imprimere la necessaria ariosità alle scene in spazio aperto,con i cieli sovrastanti i destini dei personaggi:consapevolmente,la regia dona a Glenn Ford l'occasione,colta,di rendere affascinante un villain,che tuttavia mostra fibra da uomo vero,arrivando a sviluppare simpatia per il proprio obbligato carceriere,e fare una mossa impensabile nel finale,e a Van Heflin di dare lo spessore adatto al proprio povero cristo chiamato a un'azione proditoria.La pellicola scorre con incalzante vigore,dando modo di aumentare la tensione protendendosi verso la chiusa,liberatoria e edificante.Western quasi minimale,anche per l'ambientazione della lunga parte centrale in una stanza d'albergo,ma realizzato con passo e sguardo epici.