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mercoledì 23 settembre 2015


....E L'UOMO CREO' SATANA! (Inherit the wind, USA 1960)
DI STANLEY KRAMER
Con SPENCER TRACY, FREDRIC MARCH, Gene Kelly, Donna Anderson.
DRAMMATICO
Dal dramma teatrale "Inherit the wind", opera di Jerome Lawrence e Robert E.Lee, un film della stagione impegnata di Hollywood più volenterosa, ispirata e densa. Dirige Stanley Kramer, una garanzia in tal senso, e davanti alla macchina da presa va in scena una disfida tra due grandi vecchi del cinema, come Spencer Tracy e Fredric March, e un comprimario di lusso come Gene Kelly: la questione è un processo in cui un insegnante è accusato di sostenere e diffondere le teorie darwiniane ( siamo nel 1925, profonda provincia USA), e il vero conflitto è tra chi antepone la Parola di Dio davanti a tutto e non accetta gli studi della Scienza, e chi invece spinge per il progresso, e che l'uomo si evolva, consapevole delle proprie vere origini. Giocato come una lotta che si inasprisce via via che il processo va avanti, tra i due avvocati, che fuori dall'aula si trattano amichevolmente, il film ha un'ottima ambientazione, la sceneggiatura smorza la drammaticità dei toni con alcuni riflessi umoristici, e il tutto è fotografato in un luminoso, splendido bianco e nero. Ciò che rende prezioso il lungometraggio è sia quel che comunica, e la bravura sia di Kramer, nel centellinare la tensione dialettica ed emotiva, e nel saper dirigere gli attori, fondamentali in un lavoro che viene appunto, e in maniera evidente, dal teatro. Spencer Tracy sembra inizialmente quasi presente controvoglia, ma sa tirare fuori la durezza idealista del suo legale, ed è bravissimo: se possibile, ancor più notevole Fredric March, impegnato nella caratterizzazione di un uomo segretamente ottuso, ironico e facondo ufficialmente, ma stretto alle proprie insicurezze con protervia da fanatico. Meno famoso di quel che si meriti, un buon dramma processuale in chiave spiccatamente "liberal". 

giovedì 22 maggio 2014

MADE IN ITALY ( I,1965)
DI NANNI LOY
Con ALDO FABRIZI,NINO MANFREDI,ALBERTO SORDI,ANNA MAGNANI.
COMMEDIA

La satira sui mille vizi e difetti degli italiani travolti dall'effetto del Boom fu fautrice di tanto ottimo cinema brillante coevo,ispirando menti attive e capaci di una salutare ironia che dipinge bene i riflessi di questa celebratissima "golden age" italica:con sceneggiatura di Scola e Maccari,uno dei migliori abbinamenti per stendere una sceneggiatura dell'epoca,Nanni Loy girò un film con una trentina di episodi,qualcuno più esteso,altri di pochissimi minuti per pennellare vari tipi italici e cercare di descrivere quel momento nazionale con la forte tentazione di riderne. Al di là della pretenziosità di fondo,perchè trenta segmenti sono troppa roba per chiunque,quella di "Made in Italy" è una satira che non morde,non punge,non fa effetto,le occasioni di divertimento,nonostante la professionalità del cast,sono scarse,ed il quadro generale lascia la sensazione di troppi spunti mal sfruttati. Tra i vari episodi,non male quello della Magnani che con famiglia appresso cerca di uscire la domenica scampando al traffico letale,ma è un pò tirato per le lunghe,così così quelli di Chiari seduttore bugiardo e Manfredi malcapitato nelle grinfie della pubblica amministrazione,abbastanza simpatico quello con Sordi marito fedifrago che rivolta la frittata facendo la vittima.Ma il migliore,e più amaro,è quello che vede Aldo Fabrizi padre speranzoso per la carriera del figlio laureato,mal ripagato dall'aver viziato troppo il ragazzo,che non ne azzecca una per eccessiva fiducia in se stesso.Non uno dei migliori film ad episodi usciti in quegli anni,nonostante le premesse.

domenica 4 maggio 2014



FAHRENHEIT 451 (Fahrenheit 451,GB 1966)
DI FRANCOIS TRUFFAUT
Con OSKAR WERNER,JULIE CHRISTIE,Cyril Cusack,Anton Driffing.
FANTASCIENZA
Il romanzo di Ray Bradbury,pubblicato per la prima volta su "Playboy",a puntate,è uno dei grandi testi di fantascienza del Ventesimo Secolo:il pericolo di una disinformazione programmatica,dell'uccisione dell'ambizione alla Cultura nell'uomo qualunque,per gestire meglio il Potere e obbligare la gente  a non porsi questioni,la distruzione sistematica di ogni parola scritta per azzerare qualsiasi possibilità che la scintilla della consapevolezza possa partire,sono tutte cose inoculate da quel capo d'opera scritto dall'autore di "Cronache marziane",con l'idea geniale di pompieri che appiccano il fuoco,in qualità di agenti di pubblica sicurezza.Finchè all'ordinario esecutore Montag non sorge qualche dubbio,e,cominciando a leggere un libro salvato dal rogo,sente crescere una fame di conoscenza inedita,che deve soddisfare a scapito di lavoro e esistenza,nonostante l'ottusità della moglie e la protervia dei superiori.Pare che tra Francois Truffaut e Oskar Werner vennero fuori dissensi che resero una continua tensione le riprese del film,ma non si avverte,data la fluidità del racconto,e la sapienza di una sceneggiatura che,pur narrando temi importanti,li riveste con l'intelaiatura di una fantascienza "possibile",concedendo il minimo possibile agli effetti speciali.Nella corsa verso un esilio che diviene unico metodo di sopravvivenza dall'opprimente logica "senza pensieri" della società in cui è ambientata questa storia,il film si chiude su una nota poetica,i libri classici tramandati di persona in persona,a memoria,come un lascito per far sopravvivere le cose più nobili create dall'Uomo.Se Werner è un efficace Montag,non è da meno l'affascinante Julie Christie nel doppio ruolo della moglie-pedina del Sistema e della ragazza che contribuirà al risveglio della coscienza del protagonista.Per molti,non il miglior lavoro di Truffaut.ma è un lungometraggio di fantascienza di notevole spessore,che ancora oggi lascia stimolo alla riflessione  e risulta più calibrato e intenso di titoli più recenti.

lunedì 3 marzo 2014

RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A RITROVARE L'AMICO MISTERIOSAMENTE SCOMPARSO IN AFRICA?( I, 1968)
DI ETTORE SCOLA
Con ALBERTO SORDI, Nino Manfredi, Bernard Blier, Erika Blanc.
COMMEDIA
L'ispirazione viene enunciata da Ettore Scola già nei titoli di testa,venuta da quei classici avventurosi alla Salgari, con gesta eroiche in luoghi esotici e perigliosi: più appropriatamente,qui si tratta di un editore romano un pò stufo degli agi della vita borghese, che va a cercare il cognato sparito in Africa,accompagnato da un fido ragioniere.Gli incontri e le peripezie riscontrati dai due sono numerosi,fino al ritrovamento del ricercato, con un finale non proprio previsto...Il film soffre qualche lungaggine, ma è ben scritto,spassoso,e omaggia degnamente,pur parodiandolo,il genere preso a modello:Scola lavora molto sui dialoghi, e sull'elaborazione dei personaggi.Sordi e Blier sono una coppia affiatata e ben combinata,Nino Manfredi("Aridanga che merompa licuiunga...") dà una partecipazione breve ma molto incisiva: la scena più bella è quella della rissa a tre con i due "esploratori" che si azzuffano con un tracotante portoghese, e il finale è un evidente invito alla coerenza delle proprie idee. Come dice appunto il personaggio di Sordi in chiusura,"Io non ho le idee chiare...". Un piccolo classico della commedia italiana.

giovedì 27 febbraio 2014


THRILLING (I,1965)
DI ETTORE SCOLA,GIAN LUIGI POLIDORO,CARLO LIZZANI
Con NINO MANFREDI,ALBERTO SORDI,WALTER CHIARI,SYLVA KOSCINA.
Nel primo episodio,Nino Manfredi viene salvato dall'annegamento ma accusa la moglie di tramare per mandarlo al Creatore,a più riprese;nel secondo,Walter Chiari  ha debiti a destra e a manca e per ravvivare il rapporto con la moglie si veste da criminale in stile "Diabolik";nel terzo,Alberto Sordi raccoglie un autostoppista poco rassicurante,e per sfuggirgli si rifugia in un casolare abitato da una strana e ancor più inquietante famiglia... Film a episodi come questo,tra fine anni Cinquanta e metà anni Settanta,ne sono stati fatti a iosa,coinvolgendo registi d'ogni caratura e attori di varia fama,per la gioia di soggettisti e sceneggiatori che magari trovavano il modo di far vedere la luce dei proiettori a trame che non avevano il respiro di un lungometraggio,ma erano tuttavia spendibili in prodotti e progetti atti a portare il pubblico nelle sale.Di questo,che ironizza sul cinema di suspence,il primo episodio è annacquato,nonostante un discreto Manfredi impegnato a risultare petulante,neanche il finale tragicomico lo rende incisivo,quello centrale,piuttosto breve,con Chiari,è abbastanza inutile e corrivo.Discorso a parte per l'episodio conclusivo,diretto da un Lizzani in vena di leggerezza,ma anche di sottile crudeltà,in cui un cialtrone,guidatore della domenica,impersonato con abile stolidità da Alberto Sordi,finisce,poveraccio,nelle grinfie di una famiglia di psicopatici,anticipando il disegno maligno che porterà il pittore Lino Capolicchio nelle fauci di chi uccide gli abitanti di un paesello in "La casa dalle finestre che ridono".C'è la vis comica sordiana,ma emerge anche una dimensione vagamente inquietante che aumenta il valore del segmento,di gran lunga superiore al livello d'insieme delle altre frazioni della pellicola.

mercoledì 29 gennaio 2014


NON PER SOLDI...MA PER DENARO
(The fortune cookie,USA 1966)
DI BILLY WILDER
Con JACK LEMMON,Walter Matthau,Ron Rich,Judi West.
COMMEDIA
Nell'esemplare filmografia di Billy Wilder non è tra i titoli citati a bruciapelo,forse perchè non raggiunse certi risultati commerciali,ma,così come "Fedora",tanto per il gusto della citazione,è un'opera che ogni cinefilo non dovrebbe farsi scappare.E sì che ha praticamente solo quattro luoghi d'ambientazione diverse (il campo da football,la stanza d'ospedale,l'appartamento dell'ex-moglie di Hinkle,la casa di lui),e ha un assetto quasi teatrale,ma sia a livello di dialoghi,che di situazioni,"The fortune cookie" (il biglietto della fortuna dei ristoranti cinesi,che appare a un certo punto del racconto) ha un ritmo assiduo,sincopato,un solfeggio di battute che conquista.Merito,naturalmente,sia di chi lo ha scritto,I.A.L. Diamond insieme a Wilder,di chi lo ha diretto,e di chi lo ha interpretato,con Oscar come miglior non protagonista a Walter Matthau,unico vinto nella carriera dell'attore d'origine russa.Si prenda,per esempio,l'arrivo degli avvocati dell'assicurazione nell'ufficio del mozzaorecchi interpretato da Matthau,Gingrich:un gioiello di umorismo nel descrivere il contrasto tra i papaveri dell'avvocatura e il cialtrone che parlano lo stesso linguaggio da jene.Non c'è personaggio che non venga descritto sapidamente,con brevi e incisive pennellate.E nel mordace falso cinismo che contraddistingue l'opera wilderiana,c'è modo di trasformare la storia in un racconto morale,nel finale soprattutto.Fu la prima collaborazione tra Lemmon e Matthau,e la prima tra il secondo e il regista,ma il trio mostra un entusiasta e scioltissimo affiatamento fin dalle prime battute.Divertente e ben giocato,merita una gustosa riconsiderazione.

martedì 21 gennaio 2014


A PROVA DI ERRORE (Fail safe,USA 1964)
DI SIDNEY LUMET
Con HENRY FONDA,Walter Matthau,Dan O'Herlihy,Larry Hagman.
DRAMMATICO
La crisi dei missili a Cuba aumentò molte delle preoccupazioni delle persone che,neanche vent'anni dopo la fine degli orrori della II Guerra Mondiale,vedevano prospettarsi una minaccia ancora più tremenda come un conflitto atomico tra le due superpotenze nel lungo gioco a scacchi che fu la Guerra Fredda.Nello stesso anno vennero prodotti due titoli rimasti importanti,come "Il dottor Stranamore" e "A prova di errore",dallo stesso studio:ma se il film di Stanley Kubrick metteva in sapida burla i rischi e l'assurdità masochista di poteri che potevano cancellare l'umanità dal pianeta,"il secondo,diretto da Sidney Lumet,è una cronaca senza fronzoli di un processo folle e,una volta innescato,senza ritorno,per un olocausto nucleare.Senza alcun abbellimento possibile (nessuna musica a commentare le sequenze,rumori realistici e più punti di vista a raccontare la demenziale esecuzione di un progetto realizzato in modo scriteriato),Lumet illustra,dopo un incubo iniziale,ambientato in un'arena,come un errore di macchine dette perfette,possa causare un'ondata di morte e distruzione.Senza un protagonista vero e proprio,con Henry Fonda nelle vesti di un presidente USA il quale dovrà compiere una scelta atroce onde scongiurare una guerra totale,e Walter Matthau in quelli di un delirante guerrafondaio aggrappato alle proprie teorie nichiliste,"Fail safe",che ha avuto un remake prodotto per la tv americana,dietro il quale c'è un divo intelligente e impegnato come George Clooney,è ancora oggi un documento che lascia il segno,un'opera crudele ma serissima,che alimenta una suspence crescente,concentratissima su un finale che non conosce ottimismo di sorta.Teso,asciuttissimo,rovente nell'allarmare lo spettatore,deve essere stato un colpo allo stomaco di inusitata forza ai tempi della sua uscita,se cinquant'anni dopo lascia una così forte impressione.

giovedì 9 gennaio 2014


SPARTACUS (Spartacus,USA 1960)
DI STANLEY KUBRICK
Con KIRK DOUGLAS,Jean Simmons,Laurence Olivier,Peter Ustinov,Tony Curtis.
STORICO
E' notorio che "Spartacus" passò di mano da Anthony Mann a Stanley Kubrick,e che,per molti,è più un film "di Kirk Douglas",che produsse,e volle a tutti i costi interpretare il kolossal sul gladiatore di Tracia che dette aspro filo da torcere alla potente Roma,che dell'autore di "2001".Al di là delle considerazioni riguardanti il  coinvolgimento "minore" di Kubrick nell'opera rispetto ad altri suoi lavori,della seconda collaborazione con la star di origine russa,non in sintonia come nel precedente "Orizzonti di gloria",dell'interpretazione ideologica dell'avventura dello schiavo combattente che si rivolta e arriva a un soffio dal compiere una svolta importante nel corso della Storia,impresa pagata poi a carissimo prezzo,resta il fatto che "Spartacus" è un signor film.Meno teorico e più classico,se si vuole anche più hollywoodiano di ogni altro titolo kubrickiano,certo,ridondante di musiche e con un pathos solitamente estraneo ai lavori di un regista che ha abituato critica e pubblico a cinema cerebrale,molto raffinato,con timbro personalissimo e una capacità di coniugare mistero,suoni e immagini con rara potenza alternandola a rarefazione d'informazioni comuni (nel senso,ci si può scervellare e trarre le più disparate intuizioni e somme dai suoi lungometraggi,possono essere tutte errate e sensate),ma un'opera potente.In cui l'epopea di dannati della Terra,pedine senza peso di un Potere viziato e vizioso,scellerato quanto organizzato (memorabile la sequenza degli assetti in battaglia dei Romani,geometrici in maniera inquietante),vive sulla possibilità di rivalsa che guida ogni moto rivoluzionario verso il sovvertimento di un Ordine deciso,imposto e naturalmente inumano:se viene poco facile rintracciare l'occhio,e la mano,del Kubrick che conosciamo,si notino come intorno al binario portante della rivolta,della fuga e infine dell'obbligata manovra di contrattacco di Spartaco e la sua gente,si dipanino trame e sottotrame,le lotte di potere politico,peraltro spiegate eccellentemente ma in maniera semplice,e non semplicistica,la storia d'amore quasi negata al protagonista e alla schiava che procede e fiorisce nonostante l'oppressione di Fato e voleri di chi tira i fili di sorte e popolo,e molto altro ancora.Dal punto di vista più grafico,le sequenze nel Senato,con la resa visiva non lontana dal processo di "Orizzonti di gloria" sono quelle che più ricordano le altre regie di Kubrick,e tuttavia che sia un lungometraggio non lontano dal resto della sua opera,è calcolabile e rintracciabile nelle rifiniture.Douglas,comunque eccellente per vigore fisico e carisma infuso nel personaggio di Spartaco,alterna una prima parte in cui esprime pochissimo verbalmente,a una seconda in cui domina maggiormente la scena,e un cast di alto livello,dal  sapido Charles Laughton all'affascinante Jean Simmons,da un viscido Laurence Olivier a un gustoso Peter Ustinov (e  peccato che Tony Curtis soffra un pò un carattere che rimane via via ai margini della narrazione,nonostante occupi almeno un paio di sequenze cruciali),corona una pellicola ambiziosa ed epica.

martedì 26 novembre 2013


RISATE DI GIOIA (I,1960)
DI MARIO MONICELLI
Con ANNA MAGNANI,TOTO',Ben Gazzara,Fred Clark.
COMMEDIA/DRAMMATICO
Tra i titoli solitamente meno citati e celebrati di Mario Monicelli,ma anche di Anna Magnani,Totò e Ben Gazzara,"Risate di gioia" ha conosciuto negli anni una riconsiderazione, soprattutto critica,non indifferente.La storia dei due guitti di serie C che vengono coinvolti in una nottata stramba di Capodanno,da un ladro che deve piazzare un colpo,e hanno a un certo punto uno scatto di dignità,al contempo dandosi una dimostrazione d'affetto sincera,nonostante la loro sfortuna cronica e la loro non-qualità,viene da due racconti di Alberto Moravia condensati,e per il regista viareggino,fresco reduce dai trionfali "I soliti ignoti" e "La grande guerra" fu un inciampo,soprattutto a livello commerciale.Ambientato in una Roma gaglioffa,zuppa di personaggi meschini e cinici,con un retrogusto che chi lo ha definito felliniano non ha esagerato per nulla,il film parte con grinta da commedia e finisce con malinconia pur strappando un ultimo sorriso nella scena conclusiva,e ammicca all'ottimismo forse scellerato,forse semplicemente vitalistico dei due personaggi principali nella chiusura.Anna Magnani,in versione bionda con parrucca,alterna pose da fatalona a una seducente verve schietta come poche possedevano,Totò si riserva una parte da spalla,dando la battuta con sapienza alla collega,e Ben Gazzara,nella parte infame dello sfruttatore con troppo pelo sullo stomaco,faceva già vedere doti da attore di vaglia,specialista nello sparare lampi dagli occhi.Un'operina a metà tra neorealismo leggero e cinema del boom aspro.

domenica 4 agosto 2013

ALFIE ( Alfie, GB 1966)
DI LEWIS GILBERT
Con MICHAEL CAINE, Jane Asher, Shelley Winters, Julia Foster.
DRAMMATICO

Uscito appena dopo la metà degli anni Sessanta, "Alfie" è uno dei più caratteristici film della "Swinging London", e anche un ritratto aspro di un giovane che si manifesta cinico, senza compromessi , dedito a conquiste femminili ad ogni costo e senza rispetto altro che per se stesso, finchè non capirà che il tempo gli sfugge e l'esistenza gli riserva dei colpi bassi. La regia di Lewis Gilbert è allo stesso tempo elegante e fresca, con l'intuizione allora dirompente del protagonista che si rivolge allo spettatore, le finezze nell'illustrare le grettezze di Alfie ( il particolare del mazzo di fiori nascosto sotto l'impermeabile nella scena dell'ospedale) e il progressivo declino dai toni di commedia alla controllata cupezza della seconda parte, più drammatica. Il film però non sarebbe lo stesso senza l'apporto eccellente di Michael Caine, impagabile impenitente, seduttore e vile. Rifatto poco tempo fa con Jude Law al posto di Caine, è un lungometraggio che presentava le avvisaglie dell'imminente rivoluzione sessuale, cominciando addirittura con un amplesso in automobile, scena quasi impensabile fino a quell'epoca.
MARNIE ( Marnie, GB 1964)
DI ALFRED HITCHCOCK
Con TIPPI HEDREN, SEAN CONNERY, Diane Baker, Martin Gabel.
THRILLER
E'un episodio atipico nella filmografia hitchcockiana, una sorta di melò con alcune delle caratteristiche del thriller, che nel finale lascia scaturire tutta la sua componente inquietante.Film in cui la regia dell'autore de"Gli uccelli" tende a concentrarsi di più sugli snodi della trama e la conduzione degli interpreti che su vere e proprie reinterpretazioni del modo di guardare della macchina da presa,"Marnie" è la storia di una sessualità repressa per via di un trauma, ma che aleggia fin dall'inizio sulla relazione tra i due protagonisti,Tippi Hedren e Sean Connery, belli e a disagio nelle situazioni in cui Hitchcok li mette.La ricostruzione del delitto che , in anni lontani, ha chiuso la mente di Marnie su certe cose si rifà forse al caso di Lana Turner e Johnny Stompanato, e tornano caratteristiche del cinema hithcockiano come le madri dispotiche e inibitrici, la colpa vissuta come tormento delle aspirazioni attorno alla sfera sessuale, l'amore come sentimento pericoloso perfino per la sopravvivenza.E la ricostruzione di un fatto di sangue avvenuto nel passato , compiuta da una voce di bambina per bocca della donna quale è divenuta, è una cosa che lascia poco tranquilli.

giovedì 11 luglio 2013

UN DOLLARO BUCATO ( I, 1965)
DI CALVIN JACKSON PADGET ( GIORGIO FERRONI)
Con GIULIANO GEMMA, Evelyn Stewart, Peter Cross.
WESTERN
A bizzeffe,ne uscivano,di western realizzati da registi italiani e attori del medesimo paese,che usavano ribatezzarsi con nomi anglofoni,dopo l'incredibile successo dei film di Leone:un divo del genere fu anche Giuliano Gemma,giovane baldanzoso e prestante che si faceva chiamare all'epoca Montgomery Wood."Un dollaro bucato" non è stato tra i peggiori titoli di quella stagione,e addirittura ha un finale in cui monta un'effettiva forma di tensione:certo, ci sono rozzezze in sceneggiatura, e la recitazione dei comprimari non è di elevata qualità.Ma ci si può intrattenere senza annoiarsi poi troppo.

domenica 7 luglio 2013

LA BAMBOLONA

LA BAMBOLONA ( I, 1968)
DI FRANCO GIRALDI
Con UGO TOGNAZZI, ISABELLA REI, Lilla Brignone, Roy Bosier.
COMMEDIA

Gioca a tennis con gli amici, gira con la Maserati, corteggia spesso con successo donne del bel mondo, l'avvocato interpretato da Ugo Tognazzi in questo film di Franco Giraldi, è un quarantenne che se la gode, finchè non incappa nella ragazzona indicata dal titolo, neanche diciott'anni e di presenza imponente:scatta così un gioco sempre più pesante da sostenere per l'uomo di attesa, di rifiuti da incamerare nonostante l'apatia della figliolona.Naturalmente, come in ogni partita d'azzardo che si rispetti, alla fine si buttano giù le carte, e c'è tempo per una sorpresa poco piacevole...Commedia cattivella sulla fatuità del bon vivant e la malignità dei "perbene","La bambolona" è ben gestito dalla regia accorta di Franco Giraldi, avvezzo anche agli western spaghetti, che ottiene una buona prova dalla maschera, amara quando serve di Tognazzi, che , pur aprendo e chiudendo la vicenda nel letto con due donne diverse, esprime bene la noia intrinseca appartenente al suo personaggio.Non è un capolavoro, ma esprime bene assai ciò che voleva dire.

REPULSION

REPULSION ( Repulsion, GB 1966)
DI ROMAN POLANSKI
Con CATHERINE DENEUVE, John Fraser, Patrick Wymark,
Yvonne Furneaux.
DRAMMATICO


Primo film "internazionale" per Roman Polanski, considerato oggi un film di culto ,fu tra i titoli che lanciarono il mito della bellezza algida e impenetrabile di Catherine Deneuve:cronaca di un delirio crescente e di effetti devastanti, il film è un horror emesso quasi sottovoce, che scandaglia in modo impressionante una psiche femminile malata, che tramuta una ragazza chiusa in maniera patologica in un'essere umano ostile fino all'assassinio.Girato con un senso claustrofobico dell'inquadratura,"Repulsion" si abbandona spesso all'inquietante contemplazione dell'abitazione della protagonista,rendendola più che altro un deserto affettivo.Capace di numerose sequenze di stordente modernità, questo lavoro è complesso, particolare,scarno nei dialoghi ma quasi stupefacente per montaggio e immagini.

venerdì 28 giugno 2013

LA PISCINA ( La piscine, F 1968)
DI JACQUES DERAY
Con ROMY SCHNEIDER, ALAIN DELON, Maurice Ronet, Jane Birkin.
THRILLERPersonaggi alla deriva, anche se fissi in un' unità di luogo, in un thriller a discreta gradazione erotica, con una tensione sorda che cresce impercettibilmente ai bordi della piscina del titolo.Film molto francese, con i tempi appunto tipici della cinematografia transalpina dell'epoca, ma emanante un suo fascino un pò perverso:del resto, i bellissimi Alain Delon e Romy Schneider che dopo l'amore si fustigano lievemente con un ramoscello sono sadomaso soft, ma molto audaci per un film "normale". Inoltre, uno dei delitti più lenti e verosimili del cinema giallo.

lunedì 3 giugno 2013

IL GRANDE SILENZIO (I,1968)
DI SERGIO CORBUCCI
Con JEAN-LOUIS TRINTIGNANT,Klaus Kinski,Vonetta McGee,Frank Wolff.
WESTERN

Ambientato in un bianco di neve immoto e mortale,"Il grande silenzio" è tra i più considerati esempi degli spaghetti western, da recensori vari e appassionati del genere:si svolge in Utah ma è girato a Cortina d'Ampezzo,ad opera di Sergio Corbucci,quasi a simboleggiare una virata all'indietro per i canoni tipici del mondo dei pistoleros e dei cavalli da marchiare.L'eroe non è tale,ma è un antieroe,vulnerabile al punto di non riuscire a difendere la donna con cui ha una relazione(sacrilegio,per i personaggi così!),cerca di non uccidere ma fa saltare via i pollici ai nemici per impedir loro di maneggiare mai un'altra volta una pistola,sceglie di affrontare in condizioni disperate l'avversario,e non troverà una bella fine.Corbucci,dopo "Django",mette su un altro western violento,con situazioni ancor più crudeli di quelle dei film di Leone,mantiene la caratteristica delle mani dei personaggi principali martoriate (nel lavoro precedente quelle di Franco Nero maciullate dagli zoccoli dei cavalli come tortura,qui tra quelle mutilate e quelle del protagonista trafitte dagli spari ce ne sono abbastanza), e si avvia verso un finale assolutamente non lieto,dove il Male trionfa e una violenza che non tiene conto di alcuna pietà prende campo.Forse un tantino sopravvalutato,con qualche punto morto,ma in effetti adulto e consapevole della frequente ingiustizia dei casi della Storia e del Fato,"Il grande silenzio" è intepretato da un intenso e stranito Trintignant,che recita col volto,da un Kinski dal sorriso femmineo e perverso,purtroppo mal doppiato,e si contano anche Frank Wolff,Vonetta McGee,Mario Brega e Marisa Merlini.Interessante,ma non un grande western,come si è letto spesso.

martedì 28 maggio 2013

I PUGNI IN TASCA (I, 1965)
DI MARCO BELLOCCHIO
Con PAOLA PITAGORA, LOU CASTEL, Marino Masè, Pier Luigi Troglio.
DRAMMATICO
Alta crudeltà nel film d'esordio di Marco Bellocchio, vera e propria bomba che si abbattè sulla metà degli anni Sessanta, con un racconto di devastazione degli abituali canoni di Famiglia mai mostrato così, nel nostro cinema. "I pugni in tasca" aggredisce con aguzzo furore il più intoccabile dei tabù italiani,con inedita sfacciataggine:propositi suicidi, una madre non vedente spinta giù in un burrone, un fratello con problemi mentali annegato in una vasca da bagno,botte e una certa morbosità nei rapporti tra consanguinei, fino ad un finale cattivissimo, in cui qualcuno viene lasciato morire di una crisi epilettica senza concedergli un minimo aiuto, la noia che assilla e rende insane le relazioni di una famiglia guasta. Affilata e all'acido, quest'opera prima di un autore tuttora importante impone una visuale originale, che ancora oggi è disturbante, figuriamoci alla sua uscita: Lou Castel, specializzato in ruoli spesso ributtanti, e Paola Pitagora, qui affascinante ma anche sinistra, sono scelte sopraffine per il duo di fratelli senza cuore nè pietà, vipere allevate per mordere a morte chi si fida di loro. Girato in un bianco e nero livido, quasi liquido in alcuni momenti, è uno di quei lungometraggi che rivelano tutta la loro forza soprattutto appena dopo la visione, facendo rimuginare lo spettatore a lungo su ciò che ha visto.

venerdì 17 maggio 2013

SIERRA CHARRIBA ( Major Dundee, USA 1964)
DI SAM PECKINPAH
Con CHARLTON HESTON, RICHARD HARRIS, Senta Berger, James Coburn.
WESTERN

Uno dei cinemassacri, come anche "Il disprezzo" di Godard, più celebri della storia del cinema. E, visto che si parla di un film di Peckinpah, non si discute di quello che vediamo sullo schermo, ma di quello che ne è restato fuori: maltrattato da produttori, distribuzione americana e italiana, gira oggi in più versioni, perchè molto minutaggio è stato strappato via, dieci minuti qua, otto di là, peggiorando di fatto la fruizione del racconto e dell'intero film. Oltre tutto, quello che ne rimane è un western notevole,denso di sfide, rapporti di odio e amicizia intensissimi, in un'ottica volta al buio della sfiducia nel comportamento umano: se il protagonista, il maggiore Dundee, è un uomo fondamentalmente vile, i cui piani escogitati non troveranno la via dell'affermazione, e coraggiosa è la scelta di un american hero per eccellenza nell'interpretare un ruolo così venato di negatività e debolezze, le simpatie di regista e pubblico vanno piuttosto al perdente di classe Richard Harris, che in una perfetta parabola peckinpahiana, odia l'ex-amico Dundee quanto gli è affezionato e, sebbene debba prestare aiuto,lui sottufficiale sudista, a un plotone malmesso di nordisti. Le troppe ellissi narrative che soprattutto nella seconda parte evidenziano i rimaneggiamenti e i colpi di cesoia allo scorrere del racconto condizionano il giudizio sul film, che rimane comunque un classico maledetto e pieno di pagine di grande cinema:i difficili rapporti di Peckinpah con produttori e collaboratori vari sottolineano comunque la forza di un non allineato,che al terzo film già girava con forza e epica dell'immagine rare da trovare in giro.

lunedì 13 maggio 2013

L'AMARO SAPORE DEL POTERE (The best man, USA 1964)
DI FRANKLIN J.SCHAFFNER
Con HENRY FONDA, CLIFF ROBERTSON, Lee Tracy, Edie Adams.
DRAMMATICO
Sceneggiato da Gore Vidal, che nell'analisi della scena politica americana romanzandola è stato un campione, "L'amaro sapore del potere" si inserisce a pieno titolo nella grande tradizione del cinema di impegno civile. Secondo lungometraggio per Franklin J.Schaffner, che trovò ampio successo anni dopo a partire da "Il pianeta delle scimmie", con un Oscar vinto per "Patton", il film mescola una critica acuta ad un sistema tendenzialmente corruttibile come quello politico ad un'analisi dei meccanismi che portano i candidati alla presidenza a essere presentati al popolo e alle sfide interne per le lotte di potere e potenziale affermazione, senza dimenticare un elogio dell'onestà e del dovere di scavalcare convenienze e accordi che tradiscono la fiducia degli elettori. Henry Fonda e Cliff Robertson si affrontano,l'uno rappresentante una coscienza ed un'etica che il Potere tende a voler soffocare per poter vivere meglio, l'altro uomo di facciata fondamentalmente marcio e privo di scrupoli: "Lei non ha rispetto per il prossimo: in un uomo è una tragedia,in un presidente un disastro." Ricco di dialoghi ficcanti e sciolti, "The best man" trova un altro ottimo interprete come Lee Tracy nel ruolo del presidente uscente, misto di durezza ,cinismo, e senso pratico:uno dei migliori lavori di un regista capace ma discontinuo.
WEST SIDE STORY ( West Side Story, USA 1960)
DI ROBERT WISE E JEROME K.ROBBINS
Con NATALIE WOOD, RICHARD BEYMER, Rita Moreno, George Chakiris.
MUSICALE/DRAMMATICO

Oscar a pioggia (dieci statuette) su uno degli adattamenti cinematografici per un musical tra i più famosi di sempre, codiretto dall'esperto Robert Wise e dal coreografo Jerome Robbins: in effetti, visto comunque mezzo secolo dopo la sua produzione, il film ha fascino e il suo punto debole è nelle scene più sentimentali, retoriche ed oggi molto datate. Però la qualità delle coreografie è alta, il tema degli odi razziali che portano ad una violenza assurda e cieca, come la morte di ragazzi per il predominio su un pezzo di quartiere, è sostenuto con passione civile forte, e le musiche conservano la loro bellezza e memorabilità. Adattamento dell'eterna suggestione di "Romeo e Giulietta" in versione allora modernissima, il film ha dalla sua una prospettiva stilistica d'effetto, ed è un musical in cui il passaggio-stacco brusco dal parlato al cantato non stona di brutto, come peraltro accade in altri classici: tra gli interpreti, notevoli Natalie Wood e Rita Moreno, mentre se pare un pò stucchevole l'unidimensionale Tony di Richard Beymer e plastico nelle pose George Chakiris. Tutti belli e dal talento danzante notevole,ma forse a livello di sceneggiatura si poteva lavorare anche meglio.