giovedì 22 maggio 2014

OMBRE ROSSE ( Stagecoach, USA 1939)
DI JOHN FORD
Con JOHN WAYNE , Claire Trevor, John Carradine, Thomas Mitchell.
WESTERN


Il capostipite del western, con molti degli archetipi sul quale il cinema di tale genere è fondato, è questo : John Ford mette insieme racconto avventuroso,psicodramma in movimento, ironia e antiperbenismo, in un lungometraggio-modello .Certo, le oltre sessantacinque primavere della pellicola in qualche momento si fanno sentire, e se si vuole quella colonna sonora onnipresente , in certi momenti in cui sono i dialoghi la cosa importante, risulta piuttosto fuori luogo : ma possono bastare l'entrata in scena di John Wayne, lo spettacolare assalto degli indiani alla diligenza, e i rapporti tra i personaggi, ora conflittuali, ora di pura solidarietà umana, per rendere "Ombre rosse" un titolo da cineteca per tutte le stagioni.E lo sguardo indulgente, di simpatia vera, del regista per quelli che solitamente sono gli emarginati ( l'ex-prostituta, il fuorilegge, l'alcolista) aumenta l'apprezzabilità del lavoro fordiano:interpreti tutti all'altezza, ma svetta Thomas Mitchell nel ruolo del dottore troppo avvezzo alla bottiglia.

ANIMAL KINGDOM (Animal Kingdom,AUS 2010)
DI DAVID MICHOD
Con JAMES FRECHEVILLE,JACKI WEAVER,Ben Mendehlson,Guy Pearce.
NOIR
Ben accolto da molti recensori,passato un pò alla chetichella nelle sale,"Animal Kingdom" è uno dei noir di cui si è molto parlato negli ultimi cinque anni,uno dei lampi con cui ogni tanto il cinema "aussie" si rifà vivo.Un dramma criminale,ispirato ad un vero fatto di cronaca nera,che narra i meccanismi perversi di una famiglia marcia,di delinquenti dalle varie attività illegali,dominata da una matriarca che bacia sulla bocca la progenie in una sarabanda dalle radici che più edipiche non si può:protagonista il giovane Josh,che apre la storia telefonando alla "nonnina" comunicandole la morte per overdose della propria madre,e di lei figlia,e si unisce quindi ai congiunti,che tra una rapina e un omicidio sembrano una versione degli antipodi,e più "reale" della trista famigliola di "Non aprite quella porta".Il film si permette di utilizzare l'attore più noto,Guy Pearce,in un ruolo di fianco,quello del poliziotto che cerca di tutelare il ragazzo nonostante l'indole lo porti a comportarsi male,e a creare un incastro di azioni destinate a causare dolore e rovina,e tuttavia assembla un cast intenso,in cui Jacki Weaver,nei panni di un'epigona di "Ma' Barker" esprime una malvagia quasi elisabettiana,capace di chiamare "tesoro" chiunque e di organizzare un delitto nello stesso tempo.Il regista David Michod mostra buona mano di narratore,anche se talvolta si dilunga su certi particolari e tira via su snodi anche importanti della trama.Senza scomodare l'antropologia criminale di Martin Scorsese,si può dire che questo lungometraggio narra assai bene certe dinamiche perverse,con uno studio del brutale e del feroce nel quotidiano di personaggi come quelli narrati,probabilmente non lontani da gente come camorristi e altro,che hanno un'idea molto pratica della violenza,e della tendenza alla ferocia di certi aspetti umani.

THE WAY BACK (The way back,USA 2010)
DI PETER WEIR
Con JIM STURGESS,ED HARRIS,SAOIRSE RONAN,COLIN FARRELL.
DRAMMATICO/AVVENTURA
Ispirato ad una storia vera,"The way back" narra la fuga da un gulag siberiano di un gruppo di reclusi per vari motivi,comunque invisi al regime sovietico tra fine anni Trenta e l'inizio dei Quaranta:sette uomini più una ragazza che incontreranno nella taiga più tardi,per un viaggio in cui solo il cammino potrà portarli verso la libertà.Naturalmente non tutti riescono nell'intento,il freddo,la fame,la salute claudicante e altri problemi si porteranno via il più dei fuggiaschi.Curioso,e anche discutibile,che un film di un autore molto amato dalla critica,e spesso anche baciato dal consenso delle platee,non sia stato neanche distribuito in sala,eppure "The way back" non è mai uscito nei nostri cinema.Vero che è un lungometraggio crudo,a tratti sgradevole,e che forse non avrebbe raggiunto cifre clamorose al botteghino,ma rimane,con tutti i difetti che gli si possono riscontrare,una pellicola d'autore che guarda anche al pubblico.E' stato contestato che lo script sia romanzato,e non del tutto veritiero sull'odissea tragica dei fuggitivi:qualche momento di stanca,a livello cinematografico,si percepisce,e tuttavia nello spettatore sorge naturale un moto di pietà per il coraggio con cui viene affrontato un viaggio quasi distruttivo,di 6500 kilometri a piedi,tra gelo e calura desertica.Weir sceglie di concludere la pellicola con un abbraccio ed un perdono,nonostante gli anni intercorsi,i soprusi della Storia sugli uomini (però in effetti il sunto di quel che è stata la Cortina di Ferro,al di là della faziosità che contraddistingue anche il copione,è proprio miserello...),sottolineando l'empito di umanesimo,per quanto scabro,dell'opera.Cast ben allestito,con un Ed Harris dalle molte sfumature su tutti,e Saoirse Ronan che ricorda,una volta ancora,di essere tra le migliori attrici dele nuove generazioni.

martedì 20 maggio 2014


UNA STORIA SEMPLICE (I,1991)
DI EMIDIO GRECO
Con RICKY TOGNAZZI,GIAN MARIA VOLONTE',MASSIMO GHINI,ENNIO FANTASTICHINI.
GIALLO
Da Leonardo Sciascia,uno dei tentativi di ripristinare la stagione del cinema impegnato in Italia,che comunque nella prima metà degli anni Novanta,ad onor del vero,lanciò numerosi lungometraggi,che purtroppo non incontrarono fortune commerciali.Sceneggiato da Andrea Barbato,grande giornalista che oggi viene citato troppo poco,assieme al regista Emidio Greco,"Una storia semplice" narra un intrigo di delitti in Sicilia,apparentemente scollegati,che solo nelle ultimissime immagini troveranno scioglimento,per lo spettatore.Greco,purtroppo,non imprime respiro al racconto,dirige diligentemente gli attori,e mostra di avere più sicurezza come sceneggiatore che come regista.Con un cast di prim'ordine,che raduna Gian Maria Volontè,all'epoca con già pesanti problemi di salute,Massimo Ghini,Massimo Dapporto,Ricky Tognazzi,Ennio Fantastichini,Omero Antonutti,Macha Meril,un giallo interessante ,che presenta vari elementi che avrebbero meritato altro sviluppo,vedi il duello tra le scrivanie,ma il tutto è realizzato con un piglio paratelevisivo (che comunque,in quegli anni,sembrava andare per la maggiore soprattutto da noi) che ne riduce non poco le possibilità di restare nella memoria del pubblico. Pessimista lucido e sapido,Sciascia seppe raccontare la "sicilianizzazione" d'Italia come forse nessun altro,la complessità di un mondo in cui dietro la superficie delle cose c'è un'altra dimensione inafferrabile come il volo di un rapace e intricata come un groviglio di rovi.Meriterebbe una rilettura con altri volti,altri registi e magari rifacimenti,per i più giovani, che i produttori però dovrebbero avere il coraggio di mettere insieme:potrebbe essere un'idea valida.

domenica 18 maggio 2014


THE IRON LADY (The Iron Lady,GB 2011)
DI PHILLYDA LOGAN
Con MERYL STREEP,Jim Broadbent,Anthony Head,Olivia Colman.
BIOGRAFICO
La vicenda politica e umana di Margaret Thatcher,appunto la "Lady di ferro",come venne battezzata,prima donna a diventare primo ministro britannico,in carica dal 1979 al 1990:una conservatrice solida e senza sconti nè agli avversari di colori opposti,nè a quelli interni al proprio schieramento.Le Falkland,la crisi economica di fine anni Settanta,l'avvento di un alleato dalle idee comuni come Ronald Reagan,i cambiamenti nell'Est dominato dall'Unione Sovietica.E oltre a questo,alla facciata ufficiale,il cosmo privato di "Maggie",con una vecchiaia caratterizzata dall'Alzheimer,la lucidità che va e viene ad intervalli irregolari.Phillyda Logan richiama Meryl Streep,con la quale si era trovata evidentemente benissimo nel grande successo "Mamma mia!",e le affida il ritratto di una donna fiera,pugnace e comunque la si guardi,importante storicamente per il Dopoguerra.La Thatcher ha avuto molti sostenitori,e ancor più detrattori,sia in Gran Bretagna che fuori,e non è semplice analizzare un periodo storico a breve distanza di anni.La Streep,pur più aggraziata della governante inglese,ne dà un'interpretazione a più strati,capace di passare dalla protervia offerta in sedi politiche allo spaesamento della malattia,e questo le è valso il terzo premio Oscar vinto nella sua carriera:Jim Broadbent interpreta il marito della Thatcher,in carne e ossa,e in presenza eterea,cui si rivolge nelle fasi in cui la mente della protagonista lo ricrea per non cedere al trauma della solitudine.La Logan guarda con malcelata simpatia ,più umana che politica,alla leader,e forse è questo che rende "The Iron Lady" un film meno riuscito di quanto avrebbe potuto essere.Seppure sia da apprezzare la chiave con cui si è scelto di narrare l'avventura di statista e di donna paradossalmente di radici conservatrici eppure destinata a sfondare la tradizionale barriera invisibile dei poteri negati al mondo femminile,il lungometraggio è ben fatto,interpretato con professionalità e intensità,ma resta,alla fine,un vago sospetto di agiografia che smorza non di poco gli entusiasmi.

giovedì 15 maggio 2014


ROBOCOP (Robocop,USA 2014)
DI JOSE' PADILHA
Con JOEL KINNAMAN,Abbie Cormish,Gary Oldman,Michael Keaton.
FANTASCIENZA/AZIONE
Sta andando di moda "rifare" i classici anni 80,vedi i nuovi "Karate Kid","Nightmare",e anche un classico della fantascienza dell'epoca,"Robocop" ha avuto il suo remake.La storia dell'agente Murphy,caduto in servizio e resuscitato per diventare il prototipo del nuovo poliziotto,per tre quarti automa e per uno umano,viene rivisitata seguendo inizialmente il canovaccio originale,differenziando poi via via,durante il racconto,diverse cose:per esempio,Robocop prima versione con la famiglia di Murphy non aveva possibilità di interagire,mentre qua moglie e figlioletto hanno una funzione e una presenza costanti,e il creatore del robopoliziotto,pur corrotto e discutibile,veniva assassinato in un complotto che avrebbe dovuto eliminare anche il protagonista,qua invece è una figura amichevole e in crisi di coscienza,e altre cose ancora.Soprattutto,la prima versione era molto più violenta,e più addentrata nei criteri del cyberpunk,filone fantascientifico dirompente e,quando uscì il primo film,appena esploso a ridipingere confini e canoni della science fiction,sia letteraria che cinematografica.Pur realizzando qualche buona sequenza,come quella iniziale,a Teheran,e uno scontro notturno in cui i visori termici tratteggiano l'azione,Padilha risulta di diverse lunghezze inferiore al suo predecessore Verhoeven:nel "Robocop" originale c'era un'atmosfera più truculenta,ma era un film molto più carnale e vivo,e inoltre il regista olandese sferrava unghiate sarcastiche agli USA reaganiani con verve.Qua ci si limita ad un lungometraggio ben allestito a livello spettacolare,ma che non scende mai sotto la superficie,riesplora,al limite,la questione etica su quanto si possa spingere la tecnologia perchè renda un servizio alla comunità,e non venga invece sfruttata per rendere invincibile chi detiene il Potere.Non che Peter Weller abbia avuto la carriera che prometteva,ma Joel Kinnaman offre più che altro prestanza fisica,e poco più:meglio gli esperti Oldman e Keaton,che si fronteggiano in una sfida in cui,da vecchie volpi del grande schermo,non prevaricano l'uno sull'altro,ma si accaparrano in modo naturale l'attenzione dello spettatore.

mercoledì 14 maggio 2014


POWER (Potere) (Power,USA 1986)
DI SIDNEY LUMET
Con RICHARD GERE,Julie Christie,Kate Capshaw,Gene Hackman.
DRAMMATICO
Molto prima che anche in Italia la politica si "americanizzasse" (ma diciamo anche in Europa,è più giusto),e si consultassero i "guru" dell'immagine,perchè preparassero al meglio i candidati alle presidenze sul come porsi,vestirsi,pettinarsi e muoversi per catturare più voti possibile,uscì questo lavoro di Sidney Lumet,che di fatto irrobustì il declino commerciale di Richard Gere,durato qualche anno,anche se,è naturale,l'essere diretto da un grande direttore di attori indica due cose.La prima è che per l'interprete significa una crescita e un tassello importante sul curriculum personale,e la seconda è che se un attore,in carriera,viene voluto da autori come Terrence Malick,Paul Schrader,Lumet stesso,Francis Ford Coppola,John Schlesinger e altri,non era semplicemente un belloccio amato dalle spettatrici.In "Power",Gere è uno spin doctor che puttaneggia fieramente in soccorso di candidati di varie provenienze e nazionalità,vendendosi cinicamente al miglior offerente in circolazione ogni volta,che però subisce una crisi di coscienza,e per una volta accetta di mettersi al servizio non del favorito,ma del più onesto tra due contendenti,prendendosi il rischio di una sconfitta.Il film è un pò troppo verboso,ma tutto sommato non dispiace,anche se c'è da dire che è migliore nello spunto e nel messaggio che passa,che nella sua realizzazione vera e propria,qua e là troppo freddo per appassionare lo spettatore:nel cast,Gere volenteroso e abile come spesso gli capitava nella prima fase della sua carriera a passare dalla carognaggine al sussulto di dignità,le belle Christie e Capshaw due forme di femminilità diverse tra loro,eppure entrambe affini al protagonista per opposti motivi,buona la parte da caratterista di Gene Hackman,antico mentore del personaggio principale e poi rivale.Non uno dei migliori Lumet di sempre,ma apprezzabile.