sabato 9 marzo 2013


THE GREY (The Grey,USA 2012)
DI JOE CARNAHAN
Con LIAM NEESON,Frank Grillo,Dermot Mulroney,James Badge Dale.
DRAMMATICO/AVVENTURA
Inspiegabilmente uscito da noi un anno circa dopo la sua apparizione sugli schermi americani,nonostante il buon risultato a livello di incassi (è andato comunque meglio in patria che all'estero),"The Grey" racconta la drammatica vicenda di un gruppo di sopravvissuti ad un incidente aereo tra i ghiacci dell'Alaska,che si ritrova lontano dal mondo abitato,nella neve,circondato e braccato da un branco di lupi famelici.Guida lo sparuto drappello un uomo che come lavoro abbatteva gli stessi animali per tenerli lontani dagli operai delle trivellazioni,con un dolore dentro che lo corrode,che sarà spiegato solo nelle ultime scene,verso una possibilità di salvezza,ma è una lotta durissima contro il tempo e una Natura che non perdona debolezze o passi falsi.Joe Carnahan realizza quello che è fin qui il suo titolo migliore,un dramma avventuroso che non cede quasi mai a spacconate tipiche del cinema d'azione,ma rappresenta un ritorno ad un'avventura classica,che vede l'Uomo in conflitto con l'ambiente,senza le facili scorciatoie delle cose che possono proteggerlo,tornare ad uno stato quasi silvestre,e scontrarsi in posizione di svantaggio con i lupi.Il lungometraggio avvince,anche se ha qualche lieve cedimento nella parte centrale .Ma attenzione a parlare di lupi cattivi e di spirito antianimalista:vero è che la scena in cui gli uomini mangiano il lupo che li aveva attaccati poteva essere realizzata con meno insistenza,toccando il limite del compiaciuto,però va detto che la parabola del racconto non offre zone consolatorie,la crudeltà del Destino e della lotta per la sopravvivenza è resa con vigore e nitida energia:fino a giungere ad un finale impregnato di un lirismo ispido, alla John Milius (con,appunto,tutti i chiaroscuri relativi al cinema di un cineasta criticabile quanto dotato di una poetica selvaggia),in cui viene celebrata,pur nella sconfitta e nell'accettazione di un riequilibrio naturale che ci vede questa volta in ginocchio,un'ultima riserva di umanità sincera,toccante e che porta a stridere commozione e furore.Liam Neeson offre la sua migliore interpretazione da anni in qua,con un personaggio complesso e lacerato,e "The Grey",nel quale verso il finale c'è una bella citazione da un altro titolo controverso quale "Sfida senza paura" di e con Paul Newman,si risolve in un film che cerca una spiritualità densa e decisa,oltre il sangue,oltre la paura,e oltre la perdita della speranza.

venerdì 8 marzo 2013


EDUCAZIONE SIBERIANA(I,2013)
DI GABRIELE SALVATORES
Con ARNAS FEDARAVICIUS,John Malkovich,Vilius Tamalavicius,Eleanor Tomlinson.
DRAMMATICO
Si parla russo,e si parte dagli anni Ottanta per giungere quasi al Duemila,ma "Educazione siberiana",tratto dal romanzo omonimo dello scrittore-personaggio Nicolai Lilin,è sia per racconto che schemi un western:anzi,meglio,un "eastern",in cui l'ineluttabile confronto finale tra due ex-ragazzi cresciuti insieme ma differenti per indole,valori e senso di appartenenza al clan è il medesimo di un duello nel Far West.Spesso violento,alterna spesso i flashback alla narrazione dell'azione corrente,con il giovane Kolima divenuto un soldato delle Forze Speciali russe,post-sovietiche,che dà la caccia a dei trafficanti di eroina,ma con un segreto assunto,che si porta dentro da anni.Se da un lato si può dire che questo,come altri titoli diretti negli ultimi dieci anni  da Gabriele Salvatores,abbia una certa discontinuità,dando al pubblico momenti di cinema di serie A in tutto e per tutto,e in altri punti dando una sensazione di sostanziale superficialità,c'è da dire che il cineasta gira senza paura,e i suoi lavori hanno un respiro internazionale,senza i limiti di ripresa,di costrizione che a volte il nostro cinema mostra nettamente.E non è una questione di budget,ma di vero e proprio senso del cinema,ed è per questo che un film come "Educazione siberiana" probabilmente sarà venduto bene sui mercati esteri:a parte l'importanza di un nome come John Malkovich,che fornisce una prova in souplesse,meno gigionesca di come si poteva ipotizzare,questo lungometraggio è appetibile anche fuori dai confini italiani per costruzione,ritmo,tecnica,e conduzione attoriale.Tra i non famosi protagonisti della convulsa vicenda,nota di menzione per Eleanor Tomlinson,che dona leggerezza ad un personaggio tragico e poeticamente squilibrato.

KODA FRATELLO ORSO (Brother Bear,USA 2003)
DI AARON BLAISE,ROBERT WALKER
ANIMAZIONE
AVVENTURA/FANTASTICO
L'animazione al computer aveva già fatto la sua robusta irruzione nel mondo dei cartoon,facendo sembrare già "vecchi" prodotti di buona fattura come "Il pianeta del tesoro","Atlantis",e questo "Koda,fratello orso",che erano già stati messi in cantiere dalla Disney:nell'era della tecnologia avanzata guai a perdere il passo,perchè le logiche di mercato sono spietate,e infatti questi film citati non hanno avuto il successo preventivato."Brother bear",però,a fronte di un modesto riscontro commerciale in patria,ha ottenuto a livello internazionale ottimi incassi,ed è anche meritato,perchè è una favola che ha ancora qualche lato troppo al miele,però affronta argomenti come il rapporto tra Uomo e Natura puntando il dito verso gli squilibri e l'arbitrarietà innata del primo verso la seconda,la scomparsa di un congiunto e la possibilità di scelte diverse da quelle canoniche,e di seguire il proprio cuore anche al di là delle appartenenze.La parte subito dopo l'inizio,che vede la scena della caccia realizzata in maniera avvincente,è un pò macchinosa,ma il film intraprende una via colorata e suggestiva a una forma di spiritualità non balzana,che coinvolge lo spettatore,fino a un finale toccante,capace di sfiorare corde sincere,sulla fratellanza e sulla scelta di non ricorrere alla violenza,sulla forza di non avere paura di quel che non si conosce.Mettiamoci anche un approccio alla Natura insieme rispettoso e fiducioso,senza perdere di vista l'incontrollabilità della stessa,e amandola.Non uno dei risultati più alti a livello di animazione,ma un soggetto che si fa voler bene e apprezzare,da non sottovalutare.

mercoledì 6 marzo 2013


THE HORDE (La horde,F 2009)
DI BENJAMIN ROCHER,YANNICK DAHAN
Con ERIQ EBOUANEY,JO PRESTIA,JEAN PIERRE MARTINS,AURELIEN RECOING.
HORROR
Presentato al festival di Venezia qualche stagione fa.accolto positivamente dalla maggior parte dei recensori,soprattutto giovani,e da svariati cinefili,"La horde" (perchè quell'inutile articolo inglese nella versione distribuita italiana?Non era uguale,o anzi meglio lasciarlo in originale?) è un horror della nuova scuola francese,la quale non lesina effetti gore,spesso presenta personaggi e storie spietati,osa molto di più dell'analogo cinema nostrano,che trent'anni fa era tra i più visti e citati,e con budget molto ridotti,e punta su una visione quasi disperata,che raramente apre all'ottimismo nel finale.E' così anche per questo horror diretto a quattro mani,che vede poliziotti e criminali unirsi per necessità (come in "Distretto 13" di Carpenter,ma in versione più splatter) per far fronte ad un'orda,appunto,di zombie contagiati da un morbo misterioso e rapidissimo a rianimare i morti e dar loro una foga cannibale di una certa proporzione.Il film di Rocher e Dahan ha dalla sua il ritmo,la capacità di immergere lo spettatore quasi da subito nel vivo dell'azione,ma nelle scene più dettagliatamente orrorifiche,forse per sopperire ad una produzione relativamente scarsa di denari,monta immagini spesso confuse,che vorrebbero far aumentare il grado d'angoscia nello spettatore,ma più che altro rende difficile capire davvero quale dei personaggi (quasi tutti odiosi,per un motivo o un altro,salvo il poliziotto che ha anche la scena più memorabile,quella in cui fronteggia una torma di cadaveri famelici armato solo di due pistole e un machete) venga ucciso o sopravviva.Che ci siano sottotesti politico-sociali può darsi,ma in altri titoli del genere venivano resi meglio,e soprattutto misterioso l'accanirsi di una quantità di zombie in un singolo palazzo per dare la caccia a una manciata di appetibili vivi.Probabilmente un pò sopravvalutato,qua e là monotono,sufficientemente sporco e cattivo per impressionare qualcuno,può contare su una certezza:i suoi sono gli zombie più rumorosi e sbraitanti mai visti in un film.

ROBA DA RICCHI (I,1987)
DI SERGIO CORBUCCI
Con LINO BANFI,PAOLO VILLAGGIO,RENATO POZZETTO,LAURA ANTONELLI.
COMMEDIA
Campioni d'incasso del cinema comico italiano (soprattutto Villaggio e Pozzetto,Banfi più nele seconde visioni,ma attivissimo), tra gli anni Settanta e gli Ottanta,tre attori vengono messi in altrettanti episodi,con belle donne intorno,tra quelle più anelate dal maschio italiano dell'epoca (Serena Grandi,Laura Antonelli,Francesca Dellera),in situazioni da pochade,con corna,sotterfugi,intrallazzi,bugie e figuracce varie,e dati in gestione a un esperto di film di buon risultato al botteghino come Sergio Corbucci:questo è "Roba da ricchi",commedia che seguì di pochi mesi il discreto successo di "Rimini,Rimini",in cui tutto ciò era amplificato per numero e storie narrate,rimettendo insieme Villaggio a inseguire le prorompenti forme di Serena Grandi come assicuratore in una stinta versione al pesto de "La fiamma del peccato",Pozzetto una volta ancora in abito talare a rappresentare l'incubo erotico di una principessa in vacanza sulla Costa Azzurra,Banfi ricco puttaniere che "deve" offrire la moglie immalinconita ad un musicista squattrinato.Sceneggiato in sei,e questa è la cosa avvilente,perchè da sei esperti in copioni c'era da aspettarsi di meglio,il filmetto procede goffamente con soluzioni prevedibilissime,senza riscuotere una grande allegria,mostrando qua e là scampoli delle grazie delle belle in scena,e facendo ripetere ai comici in cartellone numeri stanchi,nei quali il meno peggio,forse,risulta Lino Banfi per la grinta volenterosa che ci mette.Inoltre,questo lungoemtraggio non fece grandi cifre,e fu tra quelli che cominciò a segnare il declino di una certa comicità.

lunedì 4 marzo 2013


IL MIO NOME E' REMO WILLIAMS
(Remo WIlliams:the adventure begins,USA 1985)
DI GUY HAMILTON
Con FRED WARD,Joel Grey,Wilford Brimley,Kate Mulgrew.
AZIONE
A giudicare dal titolo doveva essere il primo di una serie,questo "Il mio nome è Remo Williams":dai romanzi di "The destroyer",si parla di un eroe che,dato per morto,è rinato con un nuovo nome,quello del titolo appunto,che non usa armi ma un'arte marziale inventata e che castiga coloro che delinquono e si fa addestrare da un esperto coreano dagli opinabili punti di vista ma dalle doti straordinarie.Fu contrapposto a Rambo,che uscì nella stessa stagione,sottolineando la differenza tra questo e Remo Williams,meno propenso ad usare una violenza devastante,più umano e ironico,ma il box-office dette ragione al reduce con la fascia stretta attorno alla testa,e "Il mio nome è Remo Williams" rimase un unico tentativo di creare un nuovo personaggio seriale.La regia di Guy Hamilton,che aveva realizzato alcuni dei capitoli bondiani più celeberrimi e amati ("Missione Goldfinger","Vivi e lascia morire") porta esperienza e capacità di saper gestire l'azione e la dimensione avventurosa,Fred Ward non ha la faccia dell'eroe classico,ma ci mette una virilità ben scandita e una faccia da schiaffi onesta e vissuta,Joel Grey impersona un bizzarro asiatico:il film procede spedito e diverte,con una sequenza sulla Statua della Libertà di straordinaria resa e avvincente.Peccato che in alcuni passaggi e soprattutto nel finale,il lungometraggio ha un sapore troppo televisivo,e non coinvolge lo spettatore con suspence,benchè dichiaratamente cerchi sempre il lato ironico della vicenda.Sicuramente migliore di come la critica lo trattò all'epoca della sua uscita,forse non abbastanza particolare per essere cult,ma spiritoso e godibile.

domenica 3 marzo 2013


THE LAST STAND-L'ultima sfida (The last stand,USA 2013)
DI KIM JI-WOON
Con ARNOLD SCHWARZENEGGER, Jaimie Alexander,Forrest Whitaker,Rodrigo Del Toro.
AZIONE
Insieme funzionano ancora,come dimostrano gli ottimi risultati commerciali dei due "Expendables",e divisi rendono poco? Gli eroi vintage del cinema action,giunti in zona sessanta primavere (e oltre,in molti...),incoraggiati dal gran successo dei due titoli capeggiati da Sly Stallone si sono rimessi in carreggiata e hanno ricominciato a fare gli ammazzasette incuranti della decadenza fisica e del tempo che è passato:Bruce Willis è tornato per la quinta volta a impersonare John McClane,Stallone si è fatto dirigere da Walter Hill e Arnold Schwarzenegger si è appuntato una stella al petto e,sotto la regia del coreano Kim Ji-Woon,che ha conquistato elogi critici e attenzione internazionale con "Il buono,il matto,il cattivo" si fa sotto contro un narcotrafficante dai mezzi apparentemente infiniti in questo "The last stand".Però il botteghino non ha accolto entusiasticamente i tre film citati qui sopra,e chissà se i progetti messi in cantiere dai divi dell'esplosivo genere che tra regolamenti di conti all'ultimo sangue,una battutaccia e una miriade di salti via dalle deflagrazioni andranno in porto.Qua Schwarzie,tornato definitivamente al cinema,non lesina ironia,e questa è la cosa migliore,oltre ad una buona qualità della fotografia,di un film che per la prima metà viaggia monotonamente su inseguimenti in auto e forze miracolosamente in pugno al cattivo,che squaderna plotoni di sicari e mezzi fantascientifici (un braccio metallico che ruba dalla strada il cellulare sul quale stanno accompagnando in penitenziario il villain...,misteriose jeep che escono dal buio e triturano un posto di blocco a suon di colpi di mitra),poi va meglio.Perchè il confronto finale è molto western,esagerato,abbastanza sanguinario,ma non evita di sottolineare la non verde età del protagonista:invecchiato peggio dei colleghi (sarà stata la responsabilità politica?),l'austriaco divenuto americano tuttavia si conferma uomo di cinema esperto e scafato,e concede ai compagni di scena abbastanza spazio.La regia mette di suo qualche scena non banale (la sfida tra macchine nel campo di grano,il duello a mani quasi nude sul ponte al confine),ma non è uno tra i titoli interpretati dall'ex-Terminator di cui ci ricorderemo più a lungo.